S P U N T I    P E R    R I F L E T T E R E

 L'INSOLENZA S'INGRASSA SUL SERVILISMO

La Creativita'

La creativita’ e’ per sua natura irregolare e   incostante, ed e’ facilmente turbata da costrizioni, presentimenti, incertezze e pressioni esterne.Una troppo grande preoccupazione per i problemi attinenti ad assicurarsi la sopravvivenza animale esaurisce le energie e danneggia la ricettivita’ della mente sensibile.

Lewis Mumford

 

Il tempo è tutto

 "La mia idea di vita è la sobrietà.Concetto ben diverso da austerità,termine che avete prostituito in Europa,tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere".

 José Mujica, Presidente dell’Uruguay

 

 

Involuzione dell'epoca Barocca

Le classi dirigenti potevano fare a meno degli antichi metodi basati sul principio delle concessioni reciproche (come accadeva nel Medio Evo) e rifiutare quelle soluzioni di compromesso che nascono dalla salutare espressione dei vari temperamenti, interessi e convinzioni: nel loro vocabolario non esisteva la parola "dare", ma solo il verbo "prendere"

Lewis Mumford

 

Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani


Sicuramente il Marchese Massimo d’Azeglio, uno degli uomini politici piemontesi protagonisti del processo di unificazione dell’Italia, non aveva previsto che la celeberrima frase con cui commentava la nascita del Regno d’Italia proclamato nel 1861 sarebbe diventata proverbiale. A dire il vero, pare che quella frase, “Fatta l’Italia, ora bisogna fare gli Italiani”, non l’abbia mai detta. Tutto sommato è stato preferibile che altrettanta popolarità non sia stata acquisita da una “perla”, questa sì che l’ha scritta, che leggiamo nel suo Epistolario: “In tutti i modi la fusione coi Napoletani mi fa paura; è come mettersi a letto con un vaiuoloso!”. La dice lunga su che cosa pensassero i “patrioti” piemontesi degli altri Italiani. Però con una guerra espansionistica, nel marzo 1861, il pur piccolo Regno di Sardegna diventò il Regno d’Italia mentre al Sud la gente ancora piangeva per le stragi operate, solo pochi mesi prima, dal generale sabaudo Cialdini sull’inerme popolazione civile di Capua, con l’approvazione e l’elogio del Primo Ministro di casa Savoia, Camillo Benso di Cavour.

Forse il Marchese Massimo d’Azeglio avrebbe fatto meglio a dare ascolto a suo fratello, meno noto nonostante fosse un filosofo di primo ordine. Si chiamava Prospero Taparelli D’Azeglio. Divenne Gesuita e premise il nome di Luigi. Formulò un principio chiaro e convincente in un suo saggio intitolato Della nazionalità. Esistono – asserisce questo pensatore cattolico – le nazioni. Si tratti di popoli dai tratti culturali comuni e che abitano in un territorio omogeneo. Non esiste però nessuna necessità storica secondo la quale la nazione debba costituirsi in uno Stato. L’edificazione di uno Stato-nazione può essere auspicata, favorita, promossa purché sussistano alcune condizioni, quali il rispetto della giustizia, la volontà maggioritaria del popolo, il miglioramento delle condizioni di vita. Il nostro gesuita, soprattutto prima della deriva rivoluzionaria del 1848, guardava con una certa simpatia ad una confederazione degli stati italiani. Ma le cose andarono ben diversamente.

Per questo motivo, Taparelli d’Azeglio, dalle pagine della Civiltà Cattolica, la prestigiosa rivista dei Gesuiti che nell’Ottocento fu una delle poche voci della “stampa libera”, espresse la sua disapprovazione per lo sviluppo che ebbe il Risorgimento italiano. Manu militari furono invasi i piccoli e i grandi Stati della penisola, alcuni, come il Regno delle due Sicilie, all’avanguardia in campo economico e culturale: basti pensare ai 200 km di ferrovia, o al fatturato del complesso siderurgico di Pietrarsa, che riforniva buona parte dell’Europa. Insomma, come se, in tempi recenti, per fare l’Europa unita, uno Stato – che so, la Germania o la Spagna – avesse invaso gli altri stati e avesse detto: “ora siamo uniti”. Per un pensatore del calibro di Taparelli d’Azeglio, e per ogni persona che crede nella giustizia, il diritto internazionale non può ammettere ciò che accadde in Italia nel secolo XIX.

Fu una sparuta minoranza di “patrioti” che riuscì a prevalere, con l’appoggio internazionale ricevuto, per motivi diversi ed opposti, dall’Impero francese e della Gran Bretagna, che per i propri interessi economico-politici aiutarono diplomaticamente e militarmente l’espansione del Regno di Sardegna. Del resto, il filosofo Augusto del Noce ha significativamente definito il Risorgimento italiano “un capitolo dell’imperialismo britannico”. Stando al ragionamento del Taparelli d’Azeglio, la costituzione della “nazione italiana” in Stato fu un colpo di mano antidemocratico: i numeri parlano chiaro. Nel Regno di Sardegna al tempo di Cavour, il Parlamento è eletto dall’1% della popolazione di questo piccolo stato. Questi parlamentari (la maggior parte dei quali parla francese e non italiano!) sostengono la politica spregiudicata del governo “liberale”. “I liberali di Cavour – osservava lo storico marxista Antonio Gramsci – concepiscono l’unità come allargamento dello Stato piemontese e del patrimonio della dinastia, non come movimento nazionale dal basso, ma come conquista regia”. Questa gente “fa l’Italia” ma gli Italiani continuano a rimanere estranei a questo Stato-nazione. Alle elezioni del 1861, le prime del neonato Regno d’Italia, secondo la legge elettorale, gli aventi diritti al voto erano 418.850, cioè l’1,29% della popolazione. L’astensionismo fu forte: il primo Parlamento dell’Italia fu eletto da 239.853 votanti.

Taparelli d’Azeglio aggiunge: si faccia pure uno Stato-nazione purché le condizioni di vita della gente migliorino. Macché! Un fiscalismo esoso fu imposto per tentare di pareggiare il bilancio disastroso: il Regno di Sardegna, unificata l’Italia, aveva portato in “dote” il suo spaventoso debito pubblico accumulato con le “guerre d’Indipendenza”. La gente reagì come poté: al Sud, alcuni tentarono la resistenza armata, furono chiamati “briganti” e sterminati da un esercito di 120.000 uomini che mietè vittime molto più numerose che le tre guerre d’Indipendenza che furono ingaggiate. La maggior parte se ne andò: milioni e milioni di Italiani emigrarono. Nel nuovo Stato-nazione avevano fame ed erano ammalati. Sfogliando gli atti parlamentari, datati 12 Marzo 1873, sulle condizioni sanitarie del paese: “la tisi, la scrofola, la rachitide, tengono il campo più di prima; la pellagra va estendendo i suoi confini; il vaiuolo rialza il capo; la difterite si allarga ogni giorno di più”. Miseri, senza mezzi ed istruzione, gli Italiani che andarono oltre oceano trovarono spesso un solo aiuto per la loro promozione umana: preti e suore, come i Salesiani che si occuparono dell’educazione dei figli degli emigrati in Argentina e Brasile, o le suore di Francesca Cabrini che svilupparono una rete di istituzioni assistenziali nella città italiana più grande del mondo: New York, dove c’erano 600.000 italiani.

Ma preti e suore furono uno dei bersagli del Risorgimento italiano. Prima il Regno di Sardegna e poi il neonato Regno d’Italia, che ne adottò la legislazione, decidevano unilateralmente se gli Ordini religiosi potessero continuare la loro attività o dovessero essere soppressi. In nome del principio “libera Chiesa in libero Stato”, il Regno di Sardegna abolì 335 case religiose scacciando coloro che vi abitavano: 5.489 persone. Con un solo scopo: incamerare soldi e proprietà per sostenere le “guerre d’indipendenza”. Angela Pellicciari da anni studia il Risorgimento. Ha avuto la pazienza di leggersi gli atti delle sedute del Parlamento piemontese nel decennio passato alla storia come quello di “preparazione”, 1849-1859. E di questo si discuteva: come giustificare la confisca dei beni ecclesiastici. In quel parlamento, quasi del tutto isolata si levò la voce di un senatore cattolico: il conte Clemente Solaro della Margarita. Era un gentiluomo: anche quando il re Carlo Alberto lo dimissionò, a dispetto dell’eccellente politica diplomatica di colui che era stato suo ministro per gli Affari Esteri, rimase sempre devotissimo alla monarchia sabauda. Sollevò un’obiezione che pesa come un macigno sul Risorgimento italiano: in base a quale diritto lo Stato si arrogava la decisione di requisire i beni di cittadini, tra l’altro dediti ad attività caritative? In altri termini: la violazione del diritto di proprietà non è una deriva autoritaria dello statalismo, inaugurata dai governi liberali dell’Ottocento e poi proseguita da quelli totalitari del Novecento? Clemente Solaro della Margarita, inoltre, da fine giurista, faceva notare l’incostituzionalità dei provvedimenti vessatori contro la Chiesa Cattolica, dal momento che l’articolo 1 dello Statuto albertino, conservato in vigore anche dal Regno d’Italia, dichiarava il Cattolicesimo romano “religione di stato”. Poco importava ai liberali piemontesi che vollero fare l’unità d’Italia: con disinvoltura, nel 1857, quando i Cattolici vinsero le elezioni, il Governo le annullò pretestuosamente.

In quegli stessi anni, un prete coraggioso e senza peli sulla lingua, il teologo Margotti, a Torino dirigeva un giornale cattolico, L’Armonia, che implacabilmente documentava le malversazioni del governo piemontese e il suo “sacrilego latrocinio”. Fu lui a formulare il principio “né eletti né elettori”: l’obiezione di coscienza in nome della quale i cattolici si astennero dalle votazioni politiche fino al 1904. Lo arrestarono e lo condannarono a quindici giorni di carcere. Anche questa un’eredità che il Regno di Sardegna consegnò alla sua creatura, il Regno d’Italia. Tra i preti arrestati negli anni successivi c’era pure don Davide Albertario. Sull’Osservatore cattolico faceva notare che il governo del Regno spendeva somme folli per le spese militari. Nel 1898 sfilò con gli operai a Milano per protestare contro l’ingiustizia sociale: chiedevano pane. Fu condannato a tre anni di carcere. Gli andò bene: il re d’Italia decorò con alte onorificenze il generale Bava Beccaris che sparò sui manifestanti. Morirono a centinaia.
Cattolici come il filosofo Taparelli d’Azeglio, il politico Clemente Solaro della Margarita, il teologo Margotti, il giornalista don Albertario non hanno mai accettato un’Italia fatta non solo senza, ma anche contro gli Italiani. Hanno protestato. Hanno sognato un altro Risorgimento che si compisse nel rispetto dei più basilari principi della giustizia sociale e del diritto internazionale. La loro lezione rimane attuale.

Articolo tratto da dimensioni.org

 

Tratti di Barocco

  “Gli antichi fondatori delle citta’, considerando che le leggi e la disciplina civile non si puo’ facilmente conservare dove sia gran moltitudine di uomini, perche’ la moltitudine genera confusione, limitarono il numero dei cittadini, oltre il quale stimavano non potersi mantenere l’ordine e la forma che essi desideravano nelle loro citta’…Ma i Romani, stimando che la potenza, senza la quale una citta’ non si puo’ mantenere, consiste in gran parte nella moltitudine della gente, fecero ogni cosa per aggrandire e appopolar la patria loro”. Non c’e’ assolutamente nulla da aggiungere.

In quanto desiderava un sempre maggior numero di sudditi- cioe’ piu’carne da cannone e piu’ mucche da mungere con tasse e altri sistemi- le ambizioni del Principe coincidevano con quelle dei capitalisti che aspiravano a mercati piu’ ampi e piu’ concentrati, colmi di clienti insaziabili. La politica del potere e l’economia del potere si rafforzavano a vicenda. Le citta’ s’ingrandivano, i consumatori si moltiplicavano, aumentavano gli affitti e crescevano le tasse. Nessuno di questi risultati era accidentale.

Legge, ordine e uniformita’: sono questi i prodotti particolari del capitale Barocco; ma la legge esiste per confermare il rango e assicurare la posizione delle classi privilegiate, l’ordine e’ un ordine meccanico fondato anziche’ sul sangue, sull’unita’ rionale o su affinita’ di obiettivi e di idée, o sulla soggezione al Principe regnante; e in quanto all’uniformita’, e’ l’uniformita’ del burocrate con le sue caselle, i suoi incartamenti, il suo nastro rosso, cioe’ i vari mezzi per regolamentare e sistematizzare l’esazione delle imposte. Il mezzo esteriore per imporre questo modo di vita e’ l’esercito; il braccio economico il capitalismo mercantilista; e le istituzioni tipiche l’esercito permanente, la borsa, la burocrazia e la corte.

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

 Realta’ in Era Paleotecnica

 ……..ancora oggi siamo cosi’ immersi nel medium superstite delle convinzioni paleotecniche che non riusciamo a renderci ben conto di quanto siano profondamente abnormi. Pochi sanno intendere correttamente l’imagerie distruttiva che la miniera ha apportato in ogni settore della attivita’ umana, sanzionando l’antivitale e l’antiorganico. Prima dell’Ottocento, in termini quantitativi, essa aveva nella vita industriale dell’uomo soltanto un’importanza subordinata. Alla meta’ del secolo era ormai alla base di ogni suo settore. E al progresso della miniera corrispose in tutta la societa’ una generale deformazione: la degradazione del paesaggio e il caos non meno brutale dell’ambiente.

L’agricoltura crea un equilibrio tra la natura selvaggia e i bisogni sociali dell’uomo. Restituisce alla terra cio’ che l’uomo le sottrae; mentre il campo arato, il frutteto potato, il vigneto, gli ortaggi, i cereali e i fiori sono tutti esempi di finalita’ disciplinata, di ordinata crescita e di bella forma. Viceversa l’attivita’ del minatore e’ distruttiva; il prodotto immediato della miniera e’ disorganizzato e inorganico, e una volta che si e’ tolto qualcosa da una cava o da un pozzo non e’ piu’ possible restituirlo. Si aggiunga che nell’agricoltura la continuita’ dell’occupazione apporta una serie di miglioramenti del paesaggio e un suo migliore adattamento alle necessita’ umane; mentre le miniere spesso passano dalla ricchezza all’esaurimento e dall’esaurimento all’abbandono con molta rapidita’; a volte anche nel corso di poche generazioni. L’attivita’ estrattiva dei minerali e’ dunque l’immagine stessa della discontinuita’ umana: oggi qua’ e domani chissa’ dove, oggi infervorata da vistosi guadagni e domani totalmente esausta.

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

Prodromi di decadimento involutivo

 ....... Entro il Seicento il capitalismo aveva gia’ sconvolto l’equilibrio delle forze. Da allora lo stimolo all’espansione urbana provenne sopratutto dai mercanti, dai finanzieri e dai proprietari terrieri; solo nell’Ottocento queste forze aumentarono enormemente la propria potenza grazie alle invenzioni meccaniche e allo sviluppo dell’industrialismo su vasta scala.Esiste un rapporto stretto e continuo tra l’evoluzione del commercio e quella dell’industria; ma, nello studiare la trasformazione urbana, e’ conveniente scindere questi due aspetti del nuovo ordine capitalistico. E non e’ soltanto conveniente, ma storicamente giusto: una parte tutt’altro che trascurabile delle maggiori invenzioni tra il XIII e il XVIII secolo fu infatti opera dei nuovi imprenditori commerciali o dei loro uomini: dalla contabilita’ a partita doppia, dall’effetto cambiario e dalla societa’ per azioni, al trealberi a vela, ai fari, alle darsene e ai canali. Nelle piu’ fiorenti citta’ portuali, fluviali o marittime, come Bristol, Le Havre, Francoforte sul Meno, Augusta, Londra, Anversa e Amsterdam, si erano affermati i nuovi criteri e ideali nuovi: il calcolo dei profitti e dei redditi era alla base di ogni transazione.

………Con il potenziamento del mercato all’ingrosso, impegnato in operazioni a lunga distanza da effettuarsi in contanti o a credito, per assicurarsi grossi profitti, si venne a precisare una nuova visione della vita: un insieme di regolarita’ ascetica e di iniziativa commerciale, di avarizia sistematica e di orgoglio presuntuoso. Se il tema fondamentale del Medio Evo era la protezione e la sicurezza, la nuova economia si fondava sul principio del rischio calcolato. Nel sistema medievale il mercato era controllato nell’interesse del produttore e del consumatore, e le conseguenze di qualsiasi eccessiva preoccupazione per il guadagno venivano bilanciate alla lunga da doni, elemosine, lasciti testamentari e sovvenzioni ai confratelli bisognosi. La Chiesa era il maggior beneficiario delle accumulazioni di capitale, ma ridistribuiva una parte non piccola dei suoi guadagni per provvedere agli ammalati e ai miseri, anche se non cercava per niente di effettuare una spartizione piu’ generale. Una delle maggiori obiezioni di Adam Smith a quei regolamenti commerciali del Medio Evo che ancora perduravano nel Settecento era che coloro che facevano un determinato mestiere dovevano “ tassarsi per provvedere ai loro poveri, ai loro malati, alle loro vedove e ai loro orfani”. Il capitalismo libero’ la produzione da questo fardello: niente poteva salvare l’operaio dalla fame, se non la sua volonta’ di lavorare, quando e se veniva chiamato a farlo, alle rigorose condizioni imposte dai nuovi imprenditori. Quanto piu’ si poteva abbassare il livello di vita dell’operaio, tanto piu’ sarebbero stati alti i profitti sel capitalista.

………di fatto assai rapidamente a partire dal Trecento, i nuovi imprenditori acquistarono un potere egemonico, tanto che non solo diventarono capi di governi municipali e di stati anche piu’ grandi, ma improntarono al loro spirito e alle loro concezioni di vita l’intera economia. Questi eredi di Mida non trattavano piu’ con uomini e prodotti, gruppi e famiglie, ma con grandezze astratte. Si preoccupavano quasi soltanto di quella che Tommaso d’Aquino chiamava ricchezza artificiale, alla cui acquisizione, secondo lui, la natura non aveva posto limiti. Questa assenza di limiti non fu certo l’aspetto meno importante della citta’ commerciale, e spiega in parte la continua decadenza formale iniziata con il Settecento. Alla contabilita’ capitalistica s’accompagno’ la necessita’ di una burocrazia laica: un esercito di impiegati, di agenti stipendiati per tenere i conti, per sbrigare la corrispondenza, e anche per fornire le notizie necessarie ad approfittare, se possible prima di chiunque altro, delle mutate condizioni del mercato.

…….l’istituzione la cui comparsa segno’ una svolta decisiva nella evoluzione della citta’ commerciale fu la borsa, che prese il nome dalla cassa bancaria di Bruges, De Beurze, e incomincio’ ad essere sede di transazioni commerciali su vasta scala nel XIII secolo. Il cambio delle monete, la compravendita e la mediazione trovarono in essa la loro sede, e le citta’ che disponevano di una borsa- prima Bruges, poi nel Cinquecento Anversa, successivamente distrutta dagli Spagnoli, e nel Seicento Londra e Amsterdam- furono quelle che si svilupparono piu’ rapidamente e che stabilirono le nuove norme di vita per le classi abbienti. La borsa , la banca nazionale e il cambio dei mercanti erano le cattedrali del nuovo ordine capitalistico.

……. Il capitale liquido era in realta’ un solvente chimico: divoro’ la vernice che aveva a lungo protetto la citta’ medievale sino a   metterne a nudo la struttura di legno, e nella distruzione delle istituzuioni storiche e dei loro edifici si dimostro’ ancor piu’ spietato del piu’ temerario trra i sovrani assoluti. Tutta questa trasformazione puo’ essere definita come la sostituzione alla concreta piazza del mercato della citta’ medievale, un astratto mercato supernazionale, che fioriva ovunque si potesse concludere un affare redditizio. Un tempo prodotti concreti passavano dalle mani dei venditori a quelle dei compratori, tutte persone che accettavano le stesse norme morali e trattavano piu’ o meno allo stasso livello: sicurezza, equita’ e stabilita’ erano piu’ importanti del profitto, e i rapporti personali cosi’ stabiliti potevano continuare per un’intera vita o anche per generazioni. Nel mercato astratto,invece, gente che magari non si incontrava mai di persona compiva transazioni finanziarie nelle quail i prodotti avevano in pratica funzione di gettoni: lo scopo di queste transazioni era il profitto, e insieme l’accumulazione di ulteriore capitale da investire in altre iniziative sempre piu’ grandiose. La moralita’ tradizionale, le norme delle corporazioni e le antiche valutazioni erano altrettanti freni a queste imprese speculative; e cosi’ i grossi investimenti di capitale in edifici costruiti per durare nei secoli.

…….La demolizione e la sostituzione delle strutture urbane furono uno dei tratti principali della nuova economia. E quanto piu’ era effimero l’involucro, tanto era piu’ rapido il movimento di denaro.

……..nello schema capitalistico non c’era posto per le costanti umane; o meglio, le sole costanti riconosciute erano l’avarizia, la cupidigia, l’orgoglio, la brama di denaro e di potere. Condizione essenziale per il successo finanziario era il disprezzo per il passato, in quanto realta’ gia’ compiuta, e l’accettazione del nuovo, in quanto diverso e quindi passibile di operazioni redditizie. Per amore di espansione, il capitalismo era pronto a distruggere il piu’ soddisfacente degli equilibri sociali. Le idée nuove portarono da un lato- gradualmente a partire dal Cinquecento, rapidamente dopo il Settecento- alla soppressione e alla distruzione delle corporazioni, e dall’altro alla demolizione degli antichi edifici e all’eliminazione dei campi da gioco, degli orti, dei frutteti e dei villaggi che ostacolavano lo sviluppo della citta’. Queste antiche istituzioni potevano anche essere venerande e salutari per l’esistenza della citta’ stessa, ma venivano egualmente sacrificate alla rapidita’ del traffico o al profitto finanziario.

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

Inarrestabile corsa al degrado urbano e umano

 Sino all’Ottocento era esistito un certo equilibrio tra le diverse attivita’ urbane. Lavoro e commercio erano sempre stati importanti, ma religione, arte e divertimento avevano sempre assorbito una parte delle energie del cittadino. La tendenza a concentrarsi sulle attivita’ economiche e a considerare sprecati il tempo e gli sforzi dedicati ad altre funzioni, almeno fuori di casa, si era fatta tuttavia sempre piu’ decisa a partire dal Cinquecento. Se il capitalismo tendeva ad estendere l’area della piazza del mercato e a trasformare ogni parte della citta’ in un prodotto commerciale, il passaggio dall’artigianato urbano organizzato alla produzione di fabbrica su vasta scala trasformo’ le citta’ industriali in bui alveari, affaccendati a sbuffare, cigolare, stridere ed emettere fumo per dodici o quattordici ore al giorno, o addirittura senza interruzione. L’esistenza da schiavi delle miniere, concepita in origine come punizione per i criminali, divenne la vita normale del nuovo operaio dell’industria.nessuna di queste citta’ tenne conto del vecchio detto ( troppo lavoro e niente svago trasforma un tipo in un ragazzo sciocco). Coketown si specializzo’ nel produrre ragazzi sciocchi.

Ad attestare l’immensa produttivita’ della macchina i mucchi di scorie e di rifiuti raggiunsero proporzioni di montagne, mentre gli esseri umani il cui lavoro aveva reso possible questi risultati venivano mutilati e uccisi con un ritmo quasi pari a quello del campo di battaglia.

 ……gli agenti generatori della nuova citta’ furono la miniera, la fabbrica e la ferrovia. Ma essi riuscirono a soppiantare tutti i tradizionali concetti urbani soprattutto perche’ la solidarieta’ delle classi superiori si stava palesemente sfaldando: la corte diventava sempre piu’ superflua, e la stessa speculazione capitalistica si spostava dal commercio allo sfruttamento industriale che offriva maggiori possibilita’ di espansione finanziaria. In ogni settore gli antichi principi dell’educazione aristocratica e della cultura rurale venivano sostituiti da una dedizione totale al potere industriale e al successo pecuniario, che si gabellava a volte come democrazia.

Il sogno barocco di potere e di lusso aveva almeno sbocchi e mete umane: i piaceri tangibili della caccia, della tavola e del letto erano sempre presenti e allettanti. La nuova concezione del destino umano espresso dagli utilitaristi concedeva invece ben poco posto alle gioie dei sensi; si basava infatti su una dottrina di sforzi produttivi, di avidita’ sfrenata e di sacrifici fisiologici, e proclamava un disprezzo totale per i piaceri della vita, analogo a quello imposto dalla guerra durante un assedio. I nuovi padroni della societa’ volgevano sdegnosamente le spalle al passato e al patrimonio accumulato dalla storia e si sforzavano di creare un futuro che, in base alla loro teoria del progresso, sarebbe stato anch’esso altrettanto disprezzabile una volta che fosse divenuto a sua volta passato, e sarebbe stato scartato con la stessa spietatezza.

Tra il 1820 e il 1900 vennero a crearsi nelle grandi citta’ distruzioni e disordini paragonabili a quelli di un campo di battaglia e proporzionati alle dimensioni delle attrezzature e alla potenza delle forze impiegate. Nelle nuove province dell’urbanistica, l’attenzione deve ora essere concentrata sui banchieri, sugli industriali e sugli inventori. Furono loro i responsabili di buona parte del bene e di quasi tutto il male, loro che crearono un nuovo tipo di citta’ a propria immagine, quella che Dickens in Tempi difficili chiamava Coketown. In misura piu’ o meno grande ogni citta’ del mondo occidentale aveva le stesse caratteristiche archetipe di Coketown.

L’industrialismo, la principale forza creativa dell’Ottocento, creo’ il piu’ orribile ambiente urbano che il mondo avesse mai visto, in quanto persino le dimore delle classi dirigenti erano sudice e sovraffollate. Politicamente questo nuovo tipo di aggregazione urbana poggiava sopratutto su tre pilastri: l’abolizione delle corporazioni e la conseguente posizione di perenne instabilita’ delle classi lavoratrici; la creazione di un mercato libero concorrenziale per l’arruolamento della mano d’opera e la vendita dei prodotti; il mantenimento di colonie all’estero come fonte di materie prime, e per le nuove industrie e come mercato sempre disponibile per assorbire le loro eccedenze. Le sue basi economiche erano invece lo sfruttamento dei giacimenti di carbone, la produzione siderurgica enormemente accresciuta e l’uso di una fonte di energia continua e sicura, seppure assai inefficiente: la macchina a vapore.

Di fatto questi progressi tecnici dipendevano socialmente dall’invenzione di nuove forme organizzative e amministrative. La societa’ per azioni, l’investimento a responsabilita’ limitata, la delega del potere amministrativo negli organismi con proprieta’ suddivisa, e il controllo dell’intero processo mediante il bilancio e la revisione dei conti erano tutti esempi di una tecnica cooperativa il cui successo non era dovuto al genio di un singolo individuo o di un gruppo di individui. Cio’ si applica anche all’organizzazione meccanica delle fabbriche che servi’ ad aumentare enormemente la produzione. Ma secondo l’ideologia dell’epoca, la base di questo sistema era l’atomo individuale, e il compito del governo consisteva esclusivamente nel sorvegliare le sue proprieta’ nel proteggere i suoi diritti e nell’assicurargli liberta’ di scelta e liberta’ di iniziativa.

Questo mito dell’individuo al di sopra di tutto era in pratica una democratizzazione del concetto barocco del principe dispotico: adesso ogni individuo intraprendente cercava nel suo piccolo di diventare un despota: despota dei sentimenti come i poeti romantici, despota della realta’ come gli uomini d’affari. Adam Smith in La ricchezza delle nazioni presentava ancora una teoria generale della societa’ politica, un concetto giusto delle basi economiche della citta’ e valide intuizioni sulle funzioni economiche non rivolte verso il profitto. Ma questi interessi cedevano peraticamente il passo al desiderio aggressivo di aumentare la ricchezza degli individui: erano queste l’essenza e la meta della nuova lotta malthusiana per l’esistenza.

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

I postulati dell’utilitarismo

 Quel tanto di cosciente controllo politico dell’espansione e della evoluzione della citta’ venne compiuto, nel periodo paleotecnico, rispettando i postulati dell’utilitarismo. Tra essi il piu’ importante era un concetto che gli utilitaristi avevano ereditato, evidentemente senza rendersene conto, dai teologi: la convinzione cioe’ che una provvidenza divina governasse ogni attivita’ economica e assicurasse, almeno sin quando l’uomo non interferiva con la sua presunzione, il massimo bene pubblico attraverso gli sforzi isolati e incontrollati dei vari individui, unicamente ispirati dai propri interessi personali. Il nome non teologico di questa armonia preordinata era il laissez faire.

……. Era un tentativo di spezzare la rete di vecchi privilegi, di franchigie e di regolamenti commerciali che lo stato assoluto aveva imposto alle strutture economiche e alla diminuita moralita’ sociale della citta’ del Medio Evo. I nuovi imprenditori avevano ottime ragioni per diffidare dello spirito pubblico di tribunali corrompibili e dell’efficienza sociale di una sempre piu’ numerosa burocrazia fiscale. Gli utilitaristi cercavano percio’ di ridurre al minimo le funzioni governative;

…….sfortunatamente l’armonia preordinata dell’ordine economico si dimostro’ un inganno; la lotta per il potere rimase una sordida zuffa, e la concorrenza tra gli individui per profitti sempre piu’ grandi indusse i piu’ potenti a ricorrere alla forma antisociale del monopolio a danno della comunita’.

In realta’ l’eguaglianza politica introdotta poco a poco nelle nazioni d’Occidente a partire dal 1789 e la liberta’ di iniziativa richiesta dagli industriali erano esigenze contraddittorie. Per arrivare all’eguaglianza e alla liberta’ personale erano necessarie severe limitazioni economiche e controlli politici. Nei paesi dove l’esperimento dell’eguaglianza venne effettuato senza alcun tentativo di rettificare annualmente le differenziazioni che si erano create, si fini’ col rendere inoperanti le finalita’ originarie.

…….. non avendo provveduto ad eliminare sistematicamente le disparita’ fondamentali derivate dal monopolio privato dei terreni, dall’eredita’ di grosse fortune e dal monopolio dei brevetti, la sola conseguenza pratica del laissez faire fu di aggiungere un’altra classe privilegiata a quelle che gia’ esistevano. La liberta’ propugnata dagli utilitaristi era di fatto liberta’ di guadagni illimitati e di espansione privata.

…….. questa fede teologica in un’armonia preordinata esercito’ comunque conseguenze importanti sull’organizzazione della citta’ paleotecnica. Fu alla base della convinzione che ogni iniziativa dovesse essere lasciata agli individui singoli, limitando al minimo le interferenze del governo nazionale o delle autorita’ locali. La scelta dei siti per le fabbriche, la costruzione degli alloggi operai, persino il rifornimento dell’acqua e la rimozione dell’immondizia erano compiti esclusivi dell’iniziativa privata per accumulare privati guadagni. Si pensava che attraverso la libera concorrenza si sarebbe arrivati a scegliere il sito migliore, ad attuare l’espansione nella giusta sequenza cronologica, a creare attraverso mille sforzi non coordinati una coerente unita’ sociale. O meglio, nessuna di queste necessita’ era ritenuta degna di una valutazione razionale e di un apposito sforzo. Il laissez faire, piu’ ancora che l’assolutismo, distrusse il concetto di politica e di pianificazione comune. Gli utilitaristi non si aspettavano forse che gli stessi effetti di un piano razionale risultassero dalle operazioni incontrollate di interessi privati in caotico conflitto? Lasciando via libera alla concorrenza, sarebbe emerso un ordine cooperativo e razionale, mentre una pianificazione, impedendo gli adattamenti automatici avrebbe solo interferito con il superiore disegno di una divina provvidenza economica. Il punto principale da sottolineare e’ che queste dottrine rendevano praticamente inoperante quel tanto di autorita’ municipale sopravvissuto all’assolutismo barocco e riducevano la citta’ stessa a niente di piu’ di un , per usare l’espressione con la quale i fisici dell’epoca definivano erroneamente l’universo, tenuto temporaneamente insieme da aspirazioni e guadagni personali ed egoistici. Gia’ nel Settecento prima della Rivoluzione francese e di quella del carbone e del ferro, era venuto di moda schernire le autorita’ municipali e disprezzare gli interessi locali. Nella nuova organizzazione degli stati, compresi quelli fondati su principi repubblicani, soltanto le questioni di importanza nazionale, affrontate dai partiti politici, pesavano nelle speranze e nei sogni degli uomini.

L’epoca dell’illuminismo, come ha detto acutamente W. H. Riehl, fu un periodo in cui gli uomini sospiravano per l’umanita’ ma non avevano cuore per la propria gente; filosofeggiavano sullo stato e dimenticavano la comunita’. "Nessun periodo fu piu’ povero del Settecento per quanto si riferisce allo sviluppo di uno spirito comunitario collettivo; la comunita’ medievale si era ormai dissolta e quella moderna non era ancora nata….Nella letteratura satirica dell’epoca chi voleva presentare un imbecille ne faceva un borgomastro, e chi desiderava descrivere una riunione di tangheri raccontava una seduta di consiglieri municipali".

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

La tecnica dell’agglomerazione

 Le strade battute, le navi a vela e i veicoli a cavallo del sistema di trasporti eotecnico avevano favorito una dispersione della popolazione: nel territorio di una regione potevano esserci molte localita’ egualmente propizie. Ma la debolezza relativa della locomotiva a vapore, incapace di arrampicarsi con facilita’ su una pendenza superiore al due per cento, determino’ una concentrazione dei nuovi centri industriali nei bacini carboniferi e nelle valli limitrofe.

……insomma l’incremento demografico del periodo paleotecnico presenta due caratteristiche fondamentali: un ammassamento generale nelle regioni carbonifere, dove fiorivano le nuove industrie pesanti – miniere di carbone e di ferro, fonderie, coltellerie,fabbriche di utensili, di vetro e di macchinari – e, derivato in parte da questo, un infittirsi della popolazione lungo le ferrovie, sopratutto nei centri industriali che sorgevano sulle linee principali, e un affollamento ancor maggiore nei grandi nodi ferroviari o nelle stazioni di arrivo delle grandi linee internazionali.A cio’ si accompagno’ una decadenza demografica e industriale delle zone prevalentemente rurali: decaddero le miniere, le cave e le fornaci d’impoprtanza puramente locale e persero d’importanza le strade, i canali e le piccole fabbriche.

Quasi tutte le grandi capitali politiche ed economiche, almeno nei paesi nordici, parteciparono di questa evoluzione, non soltanto perche’ occupavano di solito posizioni geograficamente strategiche, ma perche’ godevano di risorse particolari, grazie alla frequenza di rapporti con gli agenti del potere politico e grazie alle grandi banche e alle borse che controllavano l’afflusso degli investimenti. In piu’ erano avvantaggiate dal fatto di aver accumulato attraveso i secoli un’immensa riserva di miserabili che vivevano al margine della sussistenza: quella che veniva eufemisticamente chiamata . Il fatto che quasi tutte le grandi capitali nazionali fossero divenute ipso facto grandi centri industriali favori’ ulteriormente una politica di ingrandimento e di congestione urbana.

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

Fabbrica , ferrovia e slum

 I principali elementi del nuovo complesso urbano erano la fabbrica, la ferrovia e lo slum. Erano essi a comporre la citta' industriale: una espressione per designare semplicemente il fatto che almeno duemila persone erano concentrate in un territorio che poteva essere indicato con un unico nome proprio. Questi grumi urbani potevano ingrandirsi cento volte – e alcuni effettivamente si ingrandivano – senza per questo acquistare qualcosa di piu' che un'apparenza delle istituzioni che caratterizzano una citta' nell'accezione sociologica del termine, di luogo in cui si concentra un'eredita' sociale e in cui la possibilita' di continui rapporti e di reciproche influenze eleva a un potenziale piu' alto le complesse attivita' dell'uomo. Erano assenti persino gli organi caratteristici della citta' neolitica, se non in forme aggrinzite, come residui di altre epoche.

La fabbrica divenne il nucleo del nuovo organismo urbano. Ogni altro elemento le era subordinato. Persino i servizi pubblici, come il rifornimento dell'acqua, e quel minimo di uffici governativi indispensabile all'esistenza di una citta', se non erano stati approntati da una generazione precedente, vi venivano introdotti solo con molto ritardo. Per gli utilitaristi non erano semplici ornamenti soltanto l'arte e la religione, ma anche l'intelligente amministrazione politica. Quando incominciava la corsa alla ricchezza non si prendevano neppure le precauzioni necessarie per assicurarsi un corpo di polizia e uno di vigili del fuoco, per ispezionare i cibi e le acque, per garantirsi scuole e ospedali.

 La fabbrica si accaparrava di solito le posizioni migliori.

….. il fiume o il canale erano il luogo di scarico piu' economico e piu' comodo per i rifiuti solubili o galleggianti.

…...una delle tipiche imprese della nuova economia: avvelenamento della vita acquatica, distruzione di alimenti, inquinamento delle acque al punto che diventava sconsigliabile bagnarvisi. Per generazioni i membri di ogni comunita' urbana furono costretti a scontare gli sporchi comodi dell'industriale che spesso gettava nel fiume residuati preziosi, non avendo conoscenze scentifiche o capacita' empiriche per utilizzarli.

…... Si osservino le conseguenze sull'ambiente di quella concentrazione delle industrie che il nuovo regime tendeva a universalizzare. Gli effluvi di una sola fabbrica, di un solo altoforno, di una sola tintoria potevano essere facilmente assorbiti dal paesaggio circostante; ma quando se ne concentravano venti e piu' in una zona limitata, la contaminazione dell'aria e dell'acqua erano totale e irrimediabile. Inoltre nella nuova concentrazione urbana le industrie che creavano inevitabilmente sporcizia diventavano assai piu' perniciose di quando avevano dimensioni minori ed erano piu largamente disperse nella campagna.

…... Mentre le fabbriche erano situate di solito vicino a un fiume, o a una linea ferroviaria parallela a un fiume (eccezion fatta per i casi in cui un terreno piano invitava a una maggiore espansione), non ci furono interventi dall'alto per concentrarle in una zona particolare, per segregare le industrie piu' nocive o piu' rumorose dalle abitazioni umane  o per isolare destinandole a fini domestici le aree adiacenti piu' adatte. Soltanto la determinava la posizione di questi edifici, senza che nemmeno si pensasse alla possibilita' di una pianificazione funzionale; tanto che nelle citta' industriali continuo' e aumento' il guazzabuglio delle funzioni industriali, commerciali e domestiche.

…... e giorno dopo giorno il fetore dei rifiuti, il denso e fosco fumo delle ciminiere, il rumore delle martellate o il rombare delle macchine accompagnavano la routine familiare.

….... Questa deteriorizzazione dell'ambiente si e' talmente diffusa e nel giro di un secolo gli abitanti delle grandi citta' si sono talmente induriti che persino le classi ricche, le quali presumibilmente avrebbero potuto permettersi qualcosa di meglio, sino ad oggi hanno spesso accettato il peggio con indifferenza. In quanto alle abitazioni, l'alternativa era semplice. Nelle citta' industriali sviluppatesi da centri piu' antichi, gli operai venivano spesso alloggiati trasformando le vecchie case per una sola famiglia in casermoni di affitto.

…... L'altro tipo di abitazione offerto alla classe operaia era fondamentalmente una standardizzazione di queste condizioni degradate, ma aveva un difetto in piu': i progetti delle nuove case e i materiali di costruzione di solito non erano decorosi come quelli delle vecchie case borghesi: ci si limitava a costruire alla bell'e meglio dalle fondamenta in su. Nei quartieri vecchi e nuovi si raggiunse un culmine di sporcizia e di fetore, forse persino superiore a quello delle baracche dei piu' miseri servi medievali. E' quasi impossibile elencare obiettivamente le caratteristiche di queste case senza essere accusati di perverse esagerazioni. Ma quelli che parlano con disinvoltura dei progressi urbani realizzati in questo periodo e del presunto aumento del tenore di vita sono ben lontani dalla realta' dei fatti: attribuiscono generosamente alla citta' nel suo complesso benefici di cui godeva soltanto la privilegiata minoranza borghese, e alla situazione di partenza quei progressi che generazioni di provvedimenti legislativi e di massicce opere d'ingegneria sanitaria hanno finalmente realizzato.

…... Mentre nel Cinquecento in molte citta' inglesi il gettare l'immondizia per strada era considerato un reato in questi centri proto-industriali era questo il metodo abituale per sbarazzarsene.

…. << Slum, semi-slum e super-slum: ecco dove e' arrivata l'evoluzione della citta' >>. Si; queste feroci parole di Patrick Geddes si applicano senza alcun dubbio al nuovo ambiente. Neppure i critici contemporanei piu' rivoluzionari sapevano quali fossero le norme del ben costruire e del ben vivere, ne' si rendevano conto sino a che punto fosse decaduto anche l'ambiente delle classi superiori. Friedrich Engels, per esempio, per suscitare l'indignazione necessaria alla rivoluzione, non soltanto si opponeva a tutti i provvedimenti per migliorare le abitazioni della classe operaia, ma sembrava credere che il problema sarebbe stato risolto a vantaggio del proletariato con l'occupazione rivoluzionaria dei comodi alloggi occupati dalla borghesia. Era una soluzione qualitativamente insufficiente e quantitativamente ridicola. Sotto l'aspetto sociale, si limitava a proporre come misura rivoluzionaria quello stesso processo che si era effettivamente verificato nelle citta' piu' antiche quando le classi ricche avevano lasciato le loro dimore originarie suddividendole perche' venissero occupate dai lavoratori. Ma sopratutto era una proposta ingenua in quanto non teneva conto che queste residenze, anche le piu' moderne e pretenziose, erano spesso al di sotto del minimo desiderabile per la vita umana a qualsiasi livello economico. In altre parole nemmeno questo critico rivoluzionario sembrava rendersi conto che le abitazioni delle classi superiori erano il piu' delle volte degli intollerabili super-slum. La richiesta di aumentarte il numero delle abitazioni, di allargare gli spazi, di moltiplicare le attrezzature, di fornire servizi pubblici comunali era assai piu' rivoluzionaria di quanto lo sarebbe stata l'espropriazione degli alloggi dei ricchi. Quest'ultima soluzione era semplicemente un gesto impotente di vendetta; la prima esigeva un rinnovamento radicale dell'intero ambiente, come quello che forse sta' per essere attuato nel mondo d'oggi benche' neppure i paesi piu' progrediti, come l'inghilterra, la Svezia e l'Olanda, si siano ancora resi ben conto di tutte le implicazioni di questa rivoluzione urbana.

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

I tuguri

Esaminiamo ora con un po' piu' di attenzione queste nuove case delle classi lavoratrici. Ogni paese, ogni regione,ogni gruppo di popolazione aveva un suo modello particolare....... ma tutte queste abitazioni hanno caratterisiche comuni. Da un isolato all'altro si ripete la stessa formazione: ci sono le stesse strade squallide, gli stessi vicoli bui e pieni di immondizia, la stessa mancanza di spazi aperti per i giochi dei bimbi; la stessa assenza di coerenza e di individualita' nell'ambito del rione. Le finestre sono di solito strette; l'illuminazione interna insufficiente; e non si fa il minimo tentativo per orientare la rete stradale tenendo conto del sole e dei venti. Il penoso nitore grigiastro dei quartieri piu' rispettabili, quelli dove vivono gli artigiani e gli impiegati meglio pagati, con le case disposte a schiera o leggermente staccate l'una dall'altra e con un piccolo sudicio fazzoletto di verde davanti o un albero nello stretto cortile posteriore – questa rispettabilita' e' deprimente quasi quanto la sporcizia dei quartieri poveri; anzi di piu', perche' almeno questi ultimi conservano spesso un pizzico di colore e di vita, un organino per strada, il cicaleccio del mercato, il rumoroso cameratismo dell'osteria; insomma e' nelle strade piu' povere che si vive la vita piu' pubblica e piu' improntata a cordialita'. L'epoca delle invenzioni e della produzione di massa non esercito' quasi influenza sulla casa o sui servizi dell'operaio sino alla fine dell'Ottocento. Erano state inventate le condutture di ferro, il gabinetto ad acqua perfezionato, la luce e la stufa a gas, la vasca da bagno con tubi per l'afflusso e il deflusso dell'acqua, gli impianti per distribuire acqua corrente in ogni casa e un sistema di fogne collettivo. Tutti questi progressi furono messi gradualmente a disposizione della media e dell'alta borghesia a partire dal 1830, e nel giro di una generazione erano divenuti, sempre per la borghesia, comodita' indispensabili. Tuttavia, per tutta la durata del periodo paleotecnico non vennero mai estesi alle masse. Il problema del costruttore consisteva nel raggiungere un minimo di decenza senza questi nuovi servizi cosi' costosi.

…... Alla miseria economica si aggiungeva infatti una generale decadenza del gusto che accentuava ulteriormente l'estrema poverta' dell'ambiente: barbara carta da parato, vistose cianfrusaglie, oleografie incorniciate e mobili derivati dai peggiori esempi del piu' retrogrado gusto borghese: insomma la feccia della feccia.

….. Col tempo questa passione per le cose brutte divenne per l'uomo urbano una seconda natura: il lavoratore non accettava di abbandonare la sua vecchia abitazione se non poteva portarsi appresso un po' della sporcizia, della confusione, del rumore e del sovraffollamento che gli erano ormai familiari. Ogni tentativo per il miglioramento dell'ambiente incontrava la stessa resistenza, che costituisce tuttora un ostacolo al decentramento urbano.

….... interi quartieri,citta',ettari,chilometri quadrati, province erano ingombri di tali abitazioni che rendevano ridicola ogni vanteria di successo materiale espressa dal . in queste nuove tane si andava creando una razza di anormali. La poverta' e l'ambiente della poverta' provocano mutazioni organiche: rachitismo infantile per mancanza di sole; malformazione degli organi e della struttura ossea e cattivo funzionamento delle ghiandole endocrine per la pessima dieta; malattie della pelle per la mancanza della piu' elementare igiene dell'acqua; vaiolo, febbre tifoide, scarlattina e faringite settica grazie alla sporcizia e agli escrementi; tubercolosi provocata da una combinazione di dieta cattiva, di mancanza di sole e di sovraffollamento, per non parlare delle malattie del lavoro, anch'esse dovute in parte all'ambiente.

…... I risultati di tale situazione possono essere letti nelle statistiche della mortalita' tra gli adulti, nelle percentuali di ammalati tra i lavoratori urbani in confronto a quelli agricoli, nella durata media della vita per gli appartenenti alle diverse categorie professionali. Ma il barometro piu' sensibile dell'adeguatezza di un ambiente sociale alla vita umana e' il coefficiente di mortalita' infantile.

In qualunque luogo si faccia un raffronto tra campagna e citta', tra quartieri borghesi e quartieri poveri, tra zone scarsamente popolate e zone ad alta densita' demografica, l'aliquota maggiore di malattie e di morti la si trova di solito nel secondo gruppo. Se gli altri fattori fossero rimasti immutati, l'urbanizzazione da sola sarebbe stata sufficiente a stroncare in parte i potenziali progressi concernenti la vitalita'. Gli operai agricoli, pur rimanendo in Inghilterra per tutto l'Ottocento una classe sottosviluppata superavano – e superano tuttora – di gran lunga, per durata media della vita, i quadri piu' elevati dell'industria meccanica urbana, anche ora che nelle citta' esistono norme igieniche municipali e possibilita' di cure mediche. Fu anzi grazie al flusso continuo di nuova vita dalla campagna che le citta' fondamentalmente cosi' ostili alla vita, poterono sopravvivere.

…....Si sono sentiti molti elogi ingiustificati per i progressi delle condizioni sanitarie urbane nell'epoca dell'industrialismo, perche' chi credeva che nell'Ottocento si fosse automaticamente progredito in ogni settore dell'esistenza, si rifiutava di prendere in considerazione la dura realta' dei fatti. Costoro non facevano studi comparati tra citta' e campagna, tra attivita' meccanizzate e non meccanizzate; e contribuivano a creare ulteriori confusioni utilizzando statistiche generiche sulla mortalita' non divise per eta' e sessi, senza di conseguenza tener conto della presenza nelle citta' di un maggior numero di adulti cui corrispondeva nelle campagne una prevalenza di vecchi e bambini maggiormente soggetti a malattie anche mortali.

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

Primo piano di Coketown

 Si puo' ammettere che al ritmo con il quale l'industrialismo prese piede nel mondo occidentale, il problema di costruire citta' ad esso adeguate era quasi insolubile. Le premesse che avevano reso possibile queste operazioni ne limitavano anche il successo sul piano umano. Come costruire una citta' coerente attraverso gli sforzi di mille individualisti in concorrenza, che non conoscevano altra legge che il proprio volere?

…. Le citta' che conservavano residui vitali della tradizione medievale, Ulma per esempio, riuscirono a volte, grazie alla lentezza del loro sviluppo e a una politica di proprieta' fondiaria municipale applicata su vasta scala, a compiere questa transizione con danni relativamente esigui.

…... In quanto ai complessi industriali piu' recenti, come la metropoli automobilistica di Detroit, essi non impararono nulla dagli errori del passato: non diceva forse Henry Ford che la storia e' una sciocchezza? In questo modo le fabbriche erette secondo i principi dell'ingegneria piu' progredita, furono collocate in un guazzabuglio urbano: esempi classici di disorganizzazione municipale e di incompetenza tecnica. L'epoca che vantava le proprie conquiste meccaniche e la propria maturita' scientifica lasciava al caso i suoi processi sociali, come se la mentalita' scientifica si fosse esaurita nelle macchine e non fosse in grado di affrontare le realta' umane........ i villaggi e gli agglomerati industriali erano socialmente piu' arretrati dei loro equivalenti del Medio Evo feudale. Il nuovo emergente urbano, che Patrick Geddes chiamo' , non era ne' isolato in campagna ne' legato a un antico nucleo storico. Si estendeva, in una massa dalla densita' relativamente uniforme, su molti chilometri quadrati di superficie, a volte centinaia. In questi agglomerati urbani non esistevano centri veri e propri, ne' istituzioni capaci di unificarne i membri in una vita civica attiva, ne' organizzazioni politiche atte a unificarne le attivita' comuni. Sopravvivevano soltanto le sette, i frammenti, i residui sociali delle antiche istituzioni, come detriti infangati lasciati da un grande fiume al termine di un'inondazione: una terra di nessuno della vita sociale. Le nuove citta' non soltanto non erano in grado, in genere, di produrre arte, scienza o cultura, ma neppure, almeno in un primo tempo, di importarle da centri piu' antichi.

….. Accanto alla sporcizia, le nuove citta' vantavano un'altra caratteristica del pari spaventosa per i sensi. I suoi perniciosi effetti sono stati riconosciuti solo negli ultimi anni, grazie a progressi collegati in qualche modo con una tipica invenzione neotecnica, il telefono. Mi riferisco al rumore.

…... Oggi numerosi eperimenti hanno ormai dimostrato che il rumore puo' determinare profonde mutazioni fisiologiche....... Si e' anche chiaramente dimostrato che il rumore provoca una diminuzioine dell'efficienza lavorativa. Sfortunatamente l'ambiente paleotecnico sembrava fatto apposta per produrre la massima quantita' possibile di baccano: il sibilo della sirena di fabbrica, il fischio della locomotiva, il suono metallico della macchina a vapore, lo stridore delle bielle e delle cinghie, il ronzio del telaio, il battere del maglio, l'ansare del convogliatore e le urla degli operai che lavoravano e <> in mezzo a questo frastuono, erano tutti rumori che contribuivano alla aggressione generale contro i sensi. Quando si parla di efficienza vitale della campagna rispetto alla citta' o del centro medievale rispetto a quello paleotecnico, non bisogna dimenticare questo fattore cosi' importante per la salute.

…....Il rumore delle automobili e dei camion in una citta' moderna, quando si mettono in moto, cambiano marcia o aumentano la velocita', e' una prova della loro immaturita' tecnica. Se la energia spesa per migliorare la carrozzeria delle auto fosse stata dedicata alla progettazione di una forza motrice termoelettrica, le nostre citta' non sarebbero oggi in fatto di rumori ed esalazioni nocive arretrate quanto quelle paleotecniche.

…... Se si considera la nuova area urbana nella sua entita' fisica basilare, coe' non contando le sue attrezzature sociali o la sua cultura, e' chiaro che mai nella storia masse cosi' enormi di persone hanno vissuto in un ambiente cosi' barbaramente deteriorato, brutto nella forma e svilito nei contenuti. I galeotti d'Oriente, i miserabili prigionieri delle miniere di argento ateniesi, il sottoproletariato delle insulae romane avevano indubbiamente conosciuto un livello di vita egualmente basso; ma mai la degradazione umana era stata cosi' universalmente accettata come un fatto normale; normale e inevitabile.

 Tratto da: "La citta’ nella storia", Lewis Mumford

 

Architecture et Vie Collective

 Ni le siècle passé ni le nôtre ( 19th, 20th ) n’ont eu de respect pour la terre. Ils ont fait un mauvais usage du sol, mal mis en valeur le terrain, morcelé et défiguré le paysage par la prolifération des villes tentaculaires. Face à cette situation, Frank Lloyd Wright a élevé en 1937 une mise en garde pressante : « Si l’on veut que l’homme continue à exister, il ne faut pas le priver du droit, qui lui revient de naissance, à posséder de la terre. Je dirais meme : il ne peut pas plus renoncer de son propre chef à ce droit qu’il ne peut refuser l’air qu’il respire, la nourriture qu’il mange, l’eau qi’il boit.»

On peut interpréter de diverses manières ce droit à la propriété du sol. Les villes-jardins créées en 1898 par Ebenezer Howard étaient destinées surtout à des habitants don’t le lieu de travail se trouvait à Londres, c’est-à-dire à proximité. Les projets d’Howard formaient un tout, il faut en convenir. Mais, comme c’est bien souvent le cas, l’idée et sa réalitation furent très différentes l’une de l’autre. A force d’aligner indéfiniment des petites maisons dans leur petit jardin, le movement s’essouffla et mourut. La proposition de Frank Lloyd Wright appelée Broadacre City repose sur l’idée de l’autarcie d’habitations attenantes les unes aux autres et pourvues chacune d’une quantité de terrain qui permette à l’habitant de se nourrir. Condition nécessaire : une vaste surface libre, comme il en exist encore dans certains régions d’Amerique. Voilà longtemps que l’Europe, avec son chiffre élevé d’habitants au kilomètre carré, n’en possède plus. Le movement des villes-jardins de même que l’idée de Broadacre City conduisent à un saupoudrage du sol, à l’établissement de petits groupes humains éparpillés qui inondent toute une contrée. En outré, Frank Lloyd Wright part de l’idée que les grandes concentrations d’hommes et les villes elles-mêmes disparaîtront. La structure urbaine qui s’élabore actuellement procède d’une autre réflexion. Elle exige, elle aussi, que l’homme ne soit plus privé de son droit inné à la possession du sol. La ville posée sur l’asphalte doit disparaître. Le besoin se fait sentir d’unités aérées qui n’etouffent ni sol ni paysage. Leur aspect, les relations des volumes entre eux obéissent à la nouvelle conception de l’espace. On s’aperçoit du meme coup que le jeu des rapports entre les surfaces d’une part et l’harmonie entre volumes élevés et volumes bas d’autre part sont une seule et même chose, répondant du même coup à une exigence fondamentale: la differenciation des formes d’habitat. Differentiation en ce sens que des types différents de construction sont nécessaires pour loger des personnes seules, des familles avec leurs enfants ou des gens âges. Cette harmonie de la forme et de la fonction, des besoins relevant de la sensibilité et des articulations imposées par la sociologie est l’un des signes auxquels nous reconnaissons que nous nous sommes remis en marche vers une conception universaliste.

Mais le plus beau groupe de bâtiments donne une impression d’inachevé s’il demeure isolé, s’il ne possede pas un coeur , c’est-à-dire un lieu où des ponts peuvent s’établir entre le domaine privé et le domaine collectif, où le contact entre êtres humains peut avoir lieu. La destruction des liens qui unissaint les homes et la structure de nos grandes villes sont deux phénoménes qui se conditionnent réciproquement. La ville en tant que symbole primitive de groupes humains différenciés naquit en même temps que les premiéres grandes civilitations et exista à toutes les époques. La vie collective qui naquit à une période déterminée, son épanouissement ou sa disparition permettent de mesurer le niveau atteint alors par la civilisation………… Si nous considérons la ville comme le lieu de rencontre entre la sphere individuelle et la sphére collective, alors le signe auquel on reconnaît une véritable ville se trouve dans le rapport entre le moi et le toi. C’est précisément ce rapport moi-toi qu’il s’agit de rétablir aujourd’hui. Nulle machine ne saurait remplacer la présence physique, ni téléphone, ni radio, ni télévision. Si quelqu’un n’a toujours pas reconnu que l’essentiel dans les relations humaines est le face à face, le jeu des influences de forces psychiques incontrôlables,nous ne pouvons plus rien pour lui. Mais pour que ce face à face puisse avoir lieu dans notre vie, il faut des lieux propres à sa realisation. Il ne fait pas de doute que, dans les dernièrs années, la demande de tells lieux s’est faite de plus en plus pressante. Ce qu’il nous faut pour qu’ils deviennent réalité, c’est l’imagination du côté des planificateurs et l’éducation de la sensibilité du côté des commanditaires.

 Extrait de: " Architecture et Vie Collective"- Redonner la ville aux hommes -, S. Giedion

 

Un popolo di semianalfabeti

 Le attuali difficolta' economiche e politiche sono in larga misura simili a quelle sperimentate da altri paesi; all'origine, io credo, c'e' l'ascesa assoluta e relativa della classe operaia (si consideri in modo speciale il caso della Gran Bretagna; si considerino i recenti massicci scioperi in Giappone, i cui sindacati erano presentati come modelli di autocontrollo e di disciplina). Tuttavia in Italia le difficolta' assumono una gravita' particolare per ragioni connesse con la nostra struttura sociale. Noi siamo un paese relativamente sviluppato dal punto di vista economico; ma siamo un paese arretrato dal punto di vista civile. Ho gia' fatto osservare che il 70% della popolazione attiva del nostro paese possiede, al massimo, la licenza elementare: una percentuale che non trova riscontro in nessuno dei paesi considerati civili. E sappiamo che, con la licenza elementare, si possono fare solo lavori ripetitivi: salvo casi eccezionali, non si puo' partecipare, neppure in forma modesta, alla gestione della cosa pubblica o dei partiti; di regola, non si puo' neppure gestire la sezione di un partito di un piccolo comune. Con la licenza elementare ( che e' il livello massimo di quel 70% ) si giunge a scrivere qualche lettera alla madre o alla fidanzata quando l'uomo e' sotto le armi e a leggere un giornale sportivo. (certo gli autodidatti possono svilupparsi culturalmente anche con la sola licenza elementare; ma e' ben difficile pensare che si tratti di un numero elevato di persone ). quella percentuale e' illuminante: spiega, da sola, perche' le tirature dei giornali sono da noi vergognosamente limitate; spiega l'atteggiamento spesso arrogante e insolente dei piccoli burocrati, specialmente nelle zone piu' depresse, dove, naturalmente, la percentuale dei semianalfabeti e' ancora piu' alta della media nazionale, come ben piu' alta di quella ufficiale e' la percentuale degli analfabeti totali o degli analfabeti di ritorno; spiega il basso livello della nostra vita politica (ciascuno di noi, in quanto uomo di parte, e' incline a vedere le miserie culturali e morali negli altri partiti e ad essere particolarmente indulgente con quelle del partito al quale appartiene o per il quale vota ); spiega – ma qui l'analisi diventa molto piu' difficile – l'atteggiamento dei <> - di noi, piccoli e medi borghesi – che spesso inconsapevolmente tendono a trar vantaggio nei modi piu' diversi dalla loro posizione di quasi monopolisti dell'istruzione media e superiore. E' vero: l'afflusso nelle scuole medie e superiori delle nuove leve e' sensibilmente maggiore che nel passato, cosi' che quella percentuale ( 70%) va diminuendo; ma la velocita' con cui diminuisce ( poco meno di due punti l'anno ) non e' grande: con una tale velocita' solo fra due o tre lustri arriveremo al livello attuale della Francia (circa il 45%) , che pure e' fra i piu' alti nell'ambito dei paesi civili. Ma allora, oltre ad essere un popolo di eroi, di santi, di poeti, di navigatori e di scienziati siamo anche, e innanzi tutto, un popolo di semianalfabeti? Dopo aver tolto di mezzo la storia degli eroi e degli scienziati – una espressione caratteristica della retorica piccolo-borghese – togliamo pure di mezzo ogni forma di feroce esagerazione autocritica; riconosciamo pure l'esistenza di una minoranza di persone civili, che oltre a non essere semianalfabete non sono neppure topi nel formaggio e non si preoccupano esclusivamente del proprio < >; in quella minoranza – se proprio abbiamo deciso di tirarci su il morale – possiamo includere anche noi: me che scrivo, voi che leggete. Dopo aver fatto tutto questo, resta la fondamentale verita' della risposta: si, le eccezioni sono eccezioni, le oasi non impediscono al deserto di restare deserto, anzi ne sono la conferma. Come massa, siamo un popolo di semianalfabeti; e cio' ci condiziona tutti, in un modo o nell'altro, nell'indurci in tentazione, ossia nel dar sfogo al nostro egoismo o nell'attuare una qualche forma di prevaricazione sociale; ci condiziona anche negli sforzi che possiamo fare per migliorare la situazione, sforzi faticosissimi e in gran parte, almeno a prima vista, inutili, o nello spingerci   verso atteggiamenti scettici o cinici e, nel fondo, quasi disperati. Quella percentuale e' il piu' grave atto di accusa ai gruppi che si sono succeduti al potere nel nostro paese, alla cosi' detta classe dirigente, in ultima analisi a noi stessi – chi legge questo scritto puo' esser certo di appartenere alla frazione piu' elevata del 30% dei privilegiati ( i laureati non raggiungono neppure il 4% della popolazione attiva). Come si concilia quella tremenda percentuale con l'esplosione scolastica, di cui tutti parlano?

Si concilia per diverse ragioni. In primo luogo, l'esplosione e' tale, o appare tale, per la radicale insufficienza delle strutture scolastiche ( delle strutture molto piu' che del personale). In secondo luogo, la mortalita' scolastica e' molto elevata: non sono pochi i ragazzi che frequentano una, due o tre classi delle scuole medie inferiori senza giungere al diploma. In terzo luogo, l'aumento dei diplomati (o dei diplomandi ), certamente piu' rapido che nel passato, incide solo lentamente sullo stock : l'Italia imperiale di Mussolini ci aveva lasciato il 90% di semianalfabeti. Ora siamo al 70%: un progresso e' stato fatto; ma quanto e' lunga la via! Il quadro e' spaventoso se visto nei suoi termini quantitativi. Forse sarebbe ancora piu' grave se si potessero esaminare a fondo gli aspetti qualitativi: i diplomi e le lauree di quel 30% di quasi-monopolisti, quale valore hanno? Possiamo tentare di ridurre l'angoscia pensando alla curva di Gauss, che domina in tutti i fenomeni sociali: una parte, non proprio piccola, delle scuole funziona, una parte, non proprio esigua, del personale insegnante e' costituita da persone capaci e preparate. Tuttavia, la curva di Gauss va interpretata considerando l'altezza della moda e l'unita' di misura, e forse e' un bene che queste due quantita' restino indeterminate. L'aumento nel numero dei diplomati e dei laureati e' troppo lento sotto l'aspetto dello sviluppo civile, ma, al contrario, e' troppo rapido con riferimento allo sviluppo economico, poiche' l'espansione della domanda del lavoro intellettuale qualificato risulta inferiore all'espansione dell'offerta: il risultato e' un aumento della disoccupazione intellettuale, sopratutto fra i giovani. Sia chiaro: l'accento posto sulle gravi carenze nel campo dell'istruzione non implica che queste carenze costituiscano la <> dell'arretratezza civile, oltre che economica, della nostra societa': esse ne sono piuttosto un importante indicatore. ( D'altra parte, ….... - coloro che acquistano un grado di itruzione relativamente alto e poi non riescono ad ottenere le posizioni sociali cui aspirano o addirittura restano disoccupati, possono diventare causa di forti tensioni sociali). L'arretratezza civile risulta da tanti e tanti elementi, che possono essere efficacemente riassunti - …...... - dal concetto di delle masse dalla vita politica, estraneita' quasi totale nel secolo scorso, ma tuttora ampia, essendo la partecipazione delle masse alla vita politica o circoscritta ovvero saltuaria ed episodica.

 Tratto da: Saggio sulle classi sociali, di Paolo Sylos Labini ( Prima edizione settembre 1974.......Nona edizione aprile 1982 )

 

 

Ecologia Profonda e Decrescita

di Guido Dalla Casa - 17/09/2012

Fonte: il cambiamento

Ecologia Profonda
L’Ecologia Profonda (o Ecosofia) è un movimento filosofico e di pensiero, una visione del mondo a sfondo panteista che richiede un profondo rispetto per tutti gli esseri senzienti (e quindi anche gli ecosistemi) e per tutte le relazioni che li collegano fra loro e al mondo cosiddetto “inanimato”. Non assegna alla nostra specie un valore distaccato e particolare, ma la considera completamente parte della Natura. Vede la Terra come l’Organismo cui apparteniamo.
Il fondatore del movimento in Occidente è stato il filosofo norvegese Arne Naess, che usò il termine per la prima volta in un articolo del 1972 (The shallow and the deep).

Sono caratteristiche dell’Ecologia Profonda:
- Una visione sistemica del mondo, una filosofia non-dualista, il riconoscimento della sacralità della Terra e del diritto ad una vita degna per ogni essere senziente;
- La necessità di non spezzettare l’universale, di considerare l’aspetto sistemico globale e di evitare di cadere nei dualismi tipo mente-materia, Dio-il mondo, uomo natura e simili;
- L’idea che l’intero è più della somma delle sue parti. In una visione olistica si pone l’accento più sulle relazioni che sui singoli componenti.

L’ecologia è il sentimento profondo che ci dice che tutto è collegato, che non possiamo danneggiare una parte senza danneggiare il tutto, che facciamo parte di un unico Organismo (l’Ecosistema, o la Terra) insieme a tutti gli altri esseri viventi senzienti: il primo valore è il benessere dell’Ecosistema, da cui consegue anche quello dei componenti, e quindi il nostro.
Invece l’ecologia come è intesa dal pensiero generale, detta anche ecologia di superficie, resta completamente antropocentrica e quindi non modifica il sottofondo di pensiero della cultura occidentale: richiede soltanto di diminuire il più possibile gli inquinamenti e salvare alcune aree intatte per il beneficio dell’uomo. Considera la Terra come la casa dell’uomo: in sostanza, tutto può andare avanti come prima, con qualche accorgimento tecnico e qualche depuratore.

Invece le prospettive proposte dall’Ecologia Profonda sono un completo mutamento di paradigma, che porti:
- al sentire consapevolmente la rete che collega qualunque essere o evento;
- all’estinzione del desiderio per i beni materiali;
- all’amore compassionevole verso tutti gli esseri senzienti.

Per far questo è necessario:
- diffondere le basi del nuovo paradigma e mettere in discussione tante idee considerate “evidenti” solo perché respirate fin dalla nascita (competizione, successo, desiderio continuo dei beni materiali, posizione della nostra specie come staccata dalla Natura);
- parlare spesso con grande considerazione e rispetto degli altri esseri senzienti e della sacralità della Terra;
- evidenziare che l’idea fissa dello sviluppo non è “propria della natura umana”, ma è nata in una cultura in un determinato momento della sua storia.

Questo punto la collega al Movimento della Decrescita felice.

Le idee dell’Ecologia Profonda sono il presupposto filosofico per comprendere il senso di quelle modifiche del pensiero generale che sono in grado di portare, sul piano pratico, prima a una decrescita economica e poi a una situazione stazionaria, quindi a salvare la Terra dai gravissimi pericoli che sta correndo attualmente.

Decrescita
Il mondo contemporaneo si basa sullo sviluppo economico, sistema lineare con una sola variabile (il denaro), che è un fenomeno possibile soltanto in un breve transitorio, perché è incompatibile con la Biosfera, sistema complesso con un grande numero di variabili. Nell’Ecosistema possono esistere solo cicli chiusi, mentre il sistema economico preleva e scarica qualcosa di fisso (risorse e rifiuti). Inoltre, il sistema economico attuale pretende di crescere all’infinito in un pianeta finito. Il fatto che sia durato per due secoli significa soltanto che la sua fine è vicina, per il modo di procedere dei fenomeni esponenziali.

Il movimento attuale della decrescita resta troppo spesso su posizioni antropocentriche. Non si occupa molto di questioni filosofiche, ma una decrescita economica è irrealizzabile se si mantiene un sottofondo antropocentrico.

Il Movimento per la Decrescita Felice cerca di rendere consapevoli della necessità di:
- vivere meglio consumando meno;
- instaurare rapporti interpersonali fondati sul dono e la reciprocità anziché la competizione e la concorrenza;
- utilizzare e favorire la diffusione di tecnologie che riducono i consumi energetici e la produzione di rifiuti;
- impegnarsi perché questi obiettivi siano perseguiti anche dalle Amministrazioni pubbliche e dagli Organismi internazionali.

Per raggiungere questi scopi è necessario elaborare un paradigma alternativo al sistema di valori fondato sull’ossessione della crescita economica illimitata: è utile e fondamentale un sistema di valori quale quello proposto dall’Ecologia Profonda.

La persistenza delle condizioni vitali del Pianeta richiede che non vi sia alcuna crescita materiale permanente. Lo sviluppo economico consiste nel sostituire al mondo naturale, ricco di specie e di relazioni fra i viventi, un mondo completamente artificiale fatto di inerti e di poche specie degenerate. Consiste quindi nel “rifare il mondo” , che è il frutto di un processo di evoluzione durato quattro o cinque miliardi di anni. E’ chiaro che lo sviluppo economico prolungato è incompatibile con la Vita della Terra.

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Visione olistica del mondo


Quando si parla di ecologia e protezione della Natura, occuparsi di “visioni del mondo” sembra una cosa più astratta, o meno pratica, rispetto a dare consigli sullo smaltimento dei rifiuti o la conservazione delle foreste, ma è soltanto perché parlare di “visioni del mondo” ha effetti a scadenza molto più lunga. Sono però aspetti che toccano molto più in profondità il comportamento e gli atteggiamenti, rispetto ai più immediati consigli pratici di ecologia spicciola.

Premesse

L’idea più corrente che viene evocata quando si parla di azione “ecologista”, è che questa consista essenzialmente nel vigilare affinchè il “naturale progresso dell’umanità” avvenga senza inquinamenti e senza modificare troppo l’ambiente, che è considerato bello e quindi da salvare. In sostanza, quella che viene chiamata azione ecologista è la “protezione dell’ambiente”: non inquinare, mantenere pulito il paesaggio, installare filtri e depuratori e conservare qua e là alcune isole di natura dove recarsi a scopo ricreativo, i “Parchi”.

La componente di pensiero sopra accennata è oggi abbastanza presente nell’opinione pubblica e la sua massima diffusione è certamente utile. Tutto questo non è sufficiente, perché il problema ecologico nasce dall’atteggiamento della cultura dominante, dal pensiero di fondo della civiltà industriale, dal suo inconscio collettivo. E’ un problema filosofico, molto più che un problema pratico o tecnico. Se non si modifica profondamente la visione del mondo, si ottengono solo risultati transitori, effetti di spostamento nel tempo di problemi insolubili.

Anche se le schematizzazioni sono sempre riduttive, al solo scopo di intendersi più facilmente, adotterò la distinzione del filosofo norvegese Arne Naess, dividendo il pensiero ecologista in due categorie:

- L’ecologia di superficie, che ha per scopo la diminuzione degli inquinamenti e la salvezza degli ambienti naturali senza intaccare la visione del mondo della cultura occidentale. L’atteggiamento dell’ecologia di superficie è riduzionistico;

- L’ecologia profonda, in cui vengono modificate radicalmente le concezioni filosofiche dominanti dell’Occidente: in questa forma di pensiero si dà un’importanza metafisica alla Natura, superando il concetto restrittivo e fuorviante di “ambiente dell’uomo”. L’atteggiamento dell’ecologia profonda è olistico.

Una delle obiezioni che viene mossa all’ecologia profonda è che non comporterebbe azioni concrete: le svolte culturali non sembrano concrete solo perché si svolgono su tempi lunghi. Sono però molto più profonde e radicali.

Probabilmente la rivoluzione copernicana e la concezione evoluzionista sembravano assai poco “concrete” agli effetti della vita pratica. Eppure hanno causato modifiche di atteggiamento che si risentono per secoli e da cui derivano intere serie di scoperte-invenzioni fin troppo concrete. Cartesio non poteva certamente immaginare quali conseguenze pratiche avrebbe avuto il diffondersi del suo pensiero dopo qualche secolo.

Secondo Fritjof Capra (da “Il punto di svolta”, Ed. Feltrinelli, 1984):

La nuova visione della realtà è una visione ecologica in un senso che va molto oltre le preoccupazioni immediate della protezione dell’ambiente. Per sottolineare questo significato più profondo dell’ecologia, filosofi e scienziati hanno cominciato a fare una distinzione fra “ecologia profonda” e “ambientalismo superficiale”. Mentre l’ambientalismo superficiale è interessato ad un controllo e ad una gestione più efficienti dell’ambiente naturale a beneficio dell’”uomo”, il movimento dell’ecologia profonda riconosce che l’equilibrio ecologico esige mutamenti profondi nella nostra percezione del ruolo degli esseri umani nell’ecosistema planetario. In breve, esso richiederà una nuova base filosofica e religiosa.

Le conoscenze attuali

Riassumiamo qualche fondamento delle conoscenze attuali:

- Gli astri sono tutti ugualmente granelli nel mare dell’Infinito. Non c’è nessun centro di alcun tipo.

- L’umanità è una specie animale comparsa su uno dei tanti pianeti solo tre milioni di anni fa, contro i tre o quattro miliardi di anni di esistenza della Vita sulla Terra e i quindici miliardi trascorsi dalla presunta nascita dell’Universo, ammesso che il Tutto non sia qualcosa di pulsante ciclicamente da sempre, o che l’universo non sia in una condizione stazionaria o di “creazione continua”, ancora senza alcun punto di origine.

Ci vuole una bella presunzione a pensare di “migliorare” ciò che ha impiegato quattro miliardi di anni per divenire ciò che è. L’umanità fa parte in tutto per tutto della Natura. I fenomeni vitali sono uguali in tutte le specie.

- La cultura occidentale ha solo due o tremila anni, la civiltà industriale ha duecento anni: si tratta di tempi del tutto insignificanti. Anche il concetto di progresso ha una vita brevissima, non più di due o tre secoli. La divisione fra preistoria e storia è solo uno schema mentale della nostra cultura, che serve ad alimentare una certa visione del mondo. Non c’è alcun motivo, né alcuna scala di valori privilegiata, per considerare una cultura migliore o peggiore di un’altra. Si usa chiamare “storia” ciò che è accaduto negli ultimi cinquemila anni alla civiltà occidentale e viene liquidata con l’unica etichetta di “preistoria” tutta la Vita della Terra, cioè quattro miliardi di anni e cinquemila culture umane.

- Il funzionamento mentale essenziale e il comportamento sono in sostanza simili in tutte le specie animali vicine a noi. In gran parte si tratta di fenomeni non-coscienti.

- La fisica quantistica ha dimostrato l’impossibilità intrinseca di descrivere fenomeni materiali o energetici senza considerare l’osservazione; ciò significa che, senza la mente, la materia-energia è priva di significato, non è in alcun modo descrivibile, è “priva di realtà”, è solo una specie di onda di probabilità. Della fisica meccanicista di Newton resta solo la funzione pratica. Una forma di “mente” deve essere ovunque, è insita nell’universale, se vogliamo evitare il paradosso dell’osservatore che determina la cosiddetta realtà. La distinzione fra spirito e materia cade completamente. Tornano alla memoria il Grande Spirito e lo spirito dell’albero, della Terra, del fiume.

Eppure ancora oggi, per apparire “moderne”, tante persone amano definirsi “cartesiane” o “razionali”, non sapendo di difendere invece il pensiero dell’Ottocento. Le idee del filosofo francese sono accettate dalla grande maggioranza delle persone semplicemente perché ciò che respiriamo fin dalla nascita ci appare ovvio, il che significa che non ci appare affatto.

Gli opposti

La cultura occidentale vede tutto spaccato in due: questo è già motivo di ansietà; non solo, ma considera “opposte” e in lotta le due parti, non come due poli indivisibili, due facce della stessa medaglia, due aspetti della stessa cosa.

Pensa che un “polo” sia migliore e pretende di far sparire l’altro polo.

Se vogliamo usare la terminologia del Taoismo, l’Occidente vuole un Universo solo Yang: lo Yin deve essere abolito; come se questo avesse senso. Comunque, in tal modo si causa solo angoscia. L’Occidente vuole il sereno senza la pioggia, il tempo unidirezionale e non quello ciclico, vuole la competizione, la supremazia, l’affermazione dell’ego, il progresso verso il futuro come una semiretta. Vuole la vita senza la morte, l’Essere senza il Nulla, l’attività senza la passività, il fare senza il meditare, la crescita senza la diminuzione.

Come se fosse possibile avere le montagne senza le valli.

Oggi però la fisica quantistica ammette una logica “SI e contemporaneamente NO”, “vuoto e contemporaneamente pieno”, e può accettare posizioni non-quantitative e non-meccaniche. Con l’indeterminazione si possono integrare gli opposti vedendoli come complementari e compresenti. Anche distinzioni come reale-immaginario, scoperta-invenzione, e così via, perdono significato.

Ormai le entità chiamate particelle-onde hanno un contenuto mentale a malapena celato dal linguaggio matematico.

Con una rifondazione concettuale non-cartesiana, non si avrebbe più soltanto una “fisica” nel senso materialistico o prequantistico, ma qualcosa di più, rendendosi sempre più evanescente anche la distinzione fra fisica e metafisica, fra conoscenze “materiali” e “spirituali”. Soprattutto, in questo senso, la nuova fisica può essere il ponte per collegare le cosiddette “due culture” e portare a una progressiva scomparsa della loro distinzione.

Visioni del mondo

Fra le tantissime “visioni del mondo” presenti nell’umanità è assurdo che esista quella “vera” o “giusta” perché questo costituirebbe una inspiegabile asimmetria. Pertanto l’idea della “verità” è una caratteristica che discende dalla visione cartesiana del mondo “oggettivo” o “reale” che “è” in un certo modo.

Le visioni del mondo sono tutte equivalenti e reali in quanto tali e in quanto manifestatesi in qualche sistema di pensiero. Non può esserci quella più “vera” o più “giusta” delle altre. Altrimenti, come potevano manifestarsi tante visioni diverse e inoltre variabili continuamente nel tempo?

L’universale appare come spirito o come materia, a seconda di cosa si cerca. Come il fisico trova particelle o onde a seconda di cosa cerca, così le culture materialiste trovano materia, le culture animiste trovano spiriti.

Conclusioni

Esiste un approccio di tipo riduzionista mirante allo studio delle cause elementari prime di un fenomeno, che suppone sempre scomponibile in parti più semplici, e c’è un approccio di tipo olistico, che parte dalle proprietà globali di un sistema, non riducibile all’insieme dei suoi elementi.

Il fisico fa riferimento continuo alle particelle elementari, il biologo al DNA, il sociologo all’individuo, sperando di ridurre il complesso al semplice, e così viene fatto per gli ecosistemi. Ma la recente nozione di complessità è diversa. Il tutto vale di più della somma delle parti, perché ci sono le mutue correlazioni. Non solo, anche il modo di scegliere i componenti (che singolarmente non hanno alcuna realtà autonoma) è arbitrario, perché presuppone una cornice concettuale preconcetta, un pregiudizio. Il riduzionismo nasce dal paradigma dominante dell’Occidente, cioè dall’idea che sia possibile scomporre qualsiasi cosa, o evento, in parti separate.

L’approccio riduzionista è stato quello seguito soprattutto negli ultimi secoli e che ha portato alla visione del mondo e al modo di vivere attuali delle genti di cultura occidentale, o che hanno assorbito i valori di tale cultura. L’approccio olistico riesce difficile a chi è nato con i fondamenti del primo e sta appena cominciando a manifestarsi oggi in forma individuale o poco più.

Quindi per ora possiamo anche ritenerci liberi di immaginare, o di sperare. Il passaggio necessario per attuare e rendere abituale un nuovo modo di pensare è difficilissimo, anche per chi ne fosse convinto intellettualmente. Ciascuno può immaginare a suo modo le conseguenze che potranno derivare da un’eventuale affermazione su scala generale dell’approccio olistico.

Come esercizio, proviamo ad immaginare un mondo in cui:

- gli opposti sono soltanto aspetti complementari della stessa cosa;

- la morte è semplicemente l’altra faccia della vita: la Natura è fatta di entrambe come aspetti inscindibili dello stesso fenomeno;

- non c’è niente da combattere, niente da dimostrare, nessuna gara da vincere o perdere, non c’è alcun bisogno di graduatorie né di primati. I concetti stessi di vittoria, sconfitta e sfida sono inutili;

- non c’è nulla da conquistare, manipolare, alterare;

- i concetti di ragione e torto, merito e colpa, sono soltanto pericolose sovrastrutture della mente, che eccitano la violenza e spengono il sorriso;

- non c’è alcuna distinzione fra spirito e materia, fra umanità e natura, fra Dio e il mondo. La mente è diffusa, universale, indivisibile. Non siamo alcunchè di particolare, né di centrale.

E’ bene chiarire che non si tratta di una visione statica, di un mondo in cui l’assenza del concetto di “progresso” comporti un modo di vivere immutabile, sempre uguale a sé stesso, oppure di attesa. In un certo senso, si può paragonare ad un fiume: sembra simile a sé stesso, ma invece scorre, magari anche velocemente. Non si tratta di “non fare”, ma di agire seguendo il corso naturale delle cose, secondo la Natura.

Inoltre, oggi nel nostro mondo c’è un’ossessiva invasione di termini come lotta, battaglia, supremazia, competizione, gara, sfida, vittoria, sconfitta e simili: basta leggere un giornale per rendersi conto di quanti fatti vengano interpretati con questo schema. Proviamo invece a privilegiare l’aspetto cooperativo e universalizzante nei confronti di quello competitivo e autoassertivo oggi esaltato in modo abnorme dalla cultura occidentale.

Lasciamo perdere anche qualche “simbolo” animale, smettiamo di esaltare chi imita l’aquila, il leone, la tigre per la loro simbolica aggressività. Il mondo è pieno di roditori, non di aquile che, poverette, stanno per estinguersi per la folle espansione umana. Per frenare un po’ la mania imperante, è ora di fare l’elogio del coniglio, l’elogio della fuga, in senso anche emotivo, psicologico.

Il mondo non è una cosa da conquistare, ma è l’Insieme di cui facciamo parte. Il fatto di non considerarci “esseri speciali” o “in posizione centrale” non deve affatto indurre al pessimismo; anzi, è motivo di lieta serenità.

Infine, quale può essere una concezione metafisica-religiosa dell’ecologia profonda?

Invece del Dio-Persona distinto dal mondo e giudice delle azioni umane, troviamo il Dio-Natura immanente in tutte le cose, e quindi anche in noi stessi, che ne siamo partecipi. La Divinità osserva sé stessa anche attraverso gli occhi di una marmotta, o di una formica, o l’affascinante e misteriosa sensibilità di un albero.

Azioni possibili

L’ecologia profonda è un sistema di pensiero: non richiede azioni drastiche o violente né dimostrazioni plateali. Un movimento si ispira a un’ecologia profonda se ne segue la radicalità del pensiero e intacca gli attuali fondamenti culturali, non se compie azioni fanatiche o di rottura.

Quasi tutti i movimenti ecologisti oggi presenti in Italia, e forse nel mondo, si fondano sulle concezioni dell’ecologia di superficie.

E’ probabile che l’azione ecologista impostata senza modifica del pensiero generale comporti solo vantaggi limitati nel tempo e non riesca ad evitare un successivo collasso del Pianeta. Comunque, in questo mondo dominato dalla religione industriale-tecnologica, anche la posizione “di superficie” è assai utile, soprattutto per salvare almeno isole di Natura e per guadagnare tempo, dando così qualche possibilità di diffusione a filosofie naturali più profonde.

Guido Dalla Casa

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(dal libro: ECOLOGIA PROFONDA – Ed. Pangea, Via Drovetti 37, Torino, 1996)

Tratto da http://www.filosofiatv.org/

 

 Il problema non è la ricchezza ma la sua distribuzione

 

di Andrea Strozzi | 20 giugno 2014

 

Le severe posizioni sull’iniquità distributiva dell’indiscusso astro nascente della macroeconomia Thomas Piketty sono appena state affiancate ai precetti dell’ultima esortazione apostolica di Papa Francesco “Evangelii Gaudium” da S. Zabala, professore di filosofia dell’Università di Barcellona, nel bell’articolo “Piketty and the Pope: why Marx is back”. Lo stesso Pontefice, qualche settimana fa, ha posto i sigilli alla questione con questo tweet lapidario: “La disuguaglianza è la radice dei mali sociali”.Sulla scia di intellettuali di spessore planetario come N. Chomsky, il tema della distribuzione della ricchezza è agitato dai movimenti antagonisti di tutto il globo (Occupy Wall Street, Indignados…) e, conseguentemente, lo si può trovare persino sui vetrini dei microscopi di qualche illuminato ricercatore: poco più di un anno fa, utilizzando la teoria dei sistemi complessi, il semisconosciuto ricercatore geofisico B. Werner ha stupito la comunità scientifica internazionale riunitasi all’American Geophysical Union, dimostrando come le pulsioni sociali di matrice rivoluzionaria costituiscano l’unico (e ultimo) baluardo sistemico alla insaziabile voracità di quel capitalismo economico-finanziario che, per espandersi ipertroficamente su tutto il pianeta, ne sta distruggendo le risorse, compromettendone irreversibilmente la salute.E oltre all’economia, alla religione e alla scienza, ci si mette pure la sociologia! E’ infatti lo stesso Z. Bauman a ricordarci come il Potere (divenuto globale), dopo aver spodestato la Politica (rimasta locale), stia lentamente svuotando l’individuo di ogni residua carica vitale, depotenziandolo intimamente e relegandolo a mera comparsa di quel processo compulsivo e incontrollato che ha nome “consumismo”. O, meglio, controllato da quelle ristrettissime élite di potere che, concentrando nelle proprie mani flussi di ricchezza progressivamente crescenti, stanno restringendo l’accesso al benessere per la restante popolazione.

Delirante fantapolitica d’ispirazione Orwelliana? Giudicate voi:

  • Dallo scoppio della crisi, il numero di super-ricchi a livello mondiale è costantemente aumentato, passando dagli 8,6 milioni di individui del 2008, agli oltre 12 milioni del 2012.

  • Nei soli USA – chehanno recentemente perso il primato del ceto medio più abbiente al mondo – il più ricco 10% della popolazione detiene l’85% della ricchezza finanziaria complessiva.

  • Neanche noi sfiguriamo: la stessa Banca d’Italia attesta che il patrimonio dei dieci italiani più ricchi equivale a quello dei tre milioni più poveri.

 

Più che statistiche, questi numeri sono bollettini di guerra! Per minimizzarne la portata, i vassalli del neoliberismo sono soliti affidarsi al mantra dell’alta marea: quando l’acqua sale, sia gli yacht che le barche a remi si alzano. Cioè: la società sarà anche iniqua, ma quando la torta cresce, aumentano anche le briciole per i figli della serva. Come stiamo per vedere, questa favoletta è però ormai indifendibile…

Nel 2009 gli epidemiologi R. Wilkinson e K. Pickett hanno infatti pubblicato un saggio troppo pericoloso per essere divulgato dai circuiti mainstream. Nel bellissimo “La misura dell’anima” i due ricercatori, applicando alle scienze sociali metodi statistici da laboratorio, dimostrano come l’iniquità distributiva del reddito sia il fattore scatenante del deterioramento di un set di nove indicatori socio-sanitari riferiti alla qualità della vita (fiducia sociale, disagi psichici, speranza di vita, obesità, rendimento scolastico, gravidanze minorili, criminalità, carcerazione, mobilità professionale).

Le evidenze del loro studio certificano come la bontà di queste metriche non dipenda dal reddito nazionale medio (Pil procapite), ma da come questo è distribuito nella popolazione. Il peggioramento della qualità della vita risulta cioè strettamente legato all’ampliarsi delle disuguaglianze distributive e, simmetricamente, i paesi con minori problematiche socio-sanitarie sono anche quelli in cui il reddito è più equamente distribuito. Ciò significa che in un paese più povero, ma più equo, si vive meglio che in uno più ricco ma con maggiori disuguaglianze. Sono evidenze che fanno tremare i polsi, ed è per questo che non ne avete mai sentito parlare.

Che fare, allora? All’attuale stato delle cose, non esistono più spazi per la mediazione. Né, temo, per la compostezza. Occorrono pensieri, parole e persone nuove. Illuminate, agguerrite, consapevoli. Occorre una presa di coscienza collettiva che trovi il coraggio di sbarazzarsi dei retaggi di un passato irripetibile. Prassi e concetti come quelli di “diritti acquisiti”, “paracaduti sociali”, “minimi garantiti” o altra polverosa terminologia ereditata dal secolo scorso, vanno rimossi quanto prima. Questo, però, non deve avvenire consolando una tantum (magari con 80 Euro…) chi oggi, a quelle mangiatoie, non può più sfamarsi. Ma deve avvenire mediante una forzosa compensazione intergenerazionale e interpatrimoniale, che agisca sui privilegi e sulle sostanze sin qui accumulate, per trasferirle ex-lege all’ambiente e alla comunità, alimentando un modello fondato sul benessere di molti a discapito della ricchezza di pochissimi. Se questi meccanismi redistributivi dovessero confliggere con l’effimero istituto che amiamo chiamare Diritto, poco male: lo si cambierà. Anche perché, se ha permesso che si arrivasse a questo punto, forse non si trattava propriamente di… Diritto.

Sono considerazioni inattuali e indigeste, lo so. Ma necessarie. Per stimolare quell’imperioso risveglio delle coscienze di cui c’è bisogno.

 

L’Impero colpirà ancora

By Rosso Malpelo on settembre 18th, 2014

Che l’attuale momento storico sia una di quelle fasi cruciali che precedono grandi cambiamenti, può essere avvalorato dall’intensificarsi di pulsioni centrifughe e al contempo di forze centripete sullo scenario mondiale. L’indebolimento progressivo dei vecchi equilibri in aree sempre più vaste del pianeta, sta rimettendo in discussione stati e confini, già eredità del colonialismo e dell’imperialismo. Ecco che ai confini del Vecchio Mondo la stabilità viene meno e sempre più conflitti armati vanno accendendosi e propagandosi. Gli interventi dell’Occidente finiscono per gettare altra benzina sul fuoco e rendere vaste aree ancor meno governabili. Ma anche all’interno del Vecchio Mondo operano forze impegnate a riconquistare autonomia e indipendenza, dopo secoli di subordinazione. Il caso della Scozia che vota un referendum per l’indipendenza dalla Gran Bretagna è solo la punta di un iceberg. Catalogna, Paesi Baschi, Fiandre, Irlanda del Nord, Moldova, Corsica, Veneto, Sardegna, sono solo alcune delle regioni europee che potrebbero voler seguire l’esempio scozzese in un prossimo futuro. Sarebbe la disgregazione dell’Europa, mentre la Crimea s’è già staccata dall’Ucraina e anche la California nutre pensieri separatisti dagli USA.

In senso contrario, le forze del capitalismo globalizzato operano per una sempre maggiore concentrazione di potere e ricchezza. Concentrazione che ha bisogno di regole globali, assenza di barriere commerciali e assoluta libertà di movimento dei capitali. Queste forze sono anche alla disperata ricerca di un modo per tenere insieme i cocci della crisi, dopo aver socializzato le perdite, travasando parte dell’enorme debito privato (quello delle banche) in quello pubblico. Stanno cercando un modo di rilanciare la crescita senza sacrificare la loro egemonia nella politica dei paesi dell’Impero Occidentale, che ha per capofila gli USA, seguiti da Canada, Giappone, Australia ed UE. Incerto sulla politica da seguire per arginare l’avanzata dei nuovi concorrenti globali, Cina, India, Russia, Brasile e Sudafrica, prossimi a darsi una propria governance monetaria, l’Impero Occidentale gioca col fuoco di una terza guerra mondiale conclamata, mostrando i muscoli in ogni teatro strategicamente importante.

Sembra quasi che siano all’opera nel mondo tendenze opposte sul modello di società migliore per gli uomini. Da un lato il modello imposto dal capitalismo, quello del gigantismo, delle megalopoli, delle nazioni-continente frutto di fusioni più o meno a freddo di etnie, culture, tradizioni e religione differenti, accomunate nell’adorazione del dio denaro, del potere concentrato in poche ricchissime mani. Dall’altro il modello più circoscritto di popolo, omogeneo come cultura, etnia e religione, e per ciò molto più coeso e solidale, e meno disposto a lasciarsi soggiogare da poteri forti internazionali, in una visione del mondo davvero multiculturale e multipolare, contro l’oligopolio che impera su di una vasta società globalizzata, fatta di masse frullate ed omogeneizzate, senz’altro spirito d’appartenenza se non quello instillato dai media controllati dal potere.

E’ in atto un confronto esiziale su scala planetaria tra l’Impero Occidentale in declino e le nuove potenze emergenti, anch’esse capitaliste, ma in cui il primato di governo è ancora della politica piuttosto che del capitale. Uno scontro di interessi su diversi piani, da quello delle materie prime ai mercati di sbocco, dall’enorme debito all’egemonia del dollaro. Gli esiti di questa partita influenzeranno l’Europa e l’Italia per molti anni a venire. Com’è nella nostra recente tradizione, i grandi mutamenti sono sempre stati esogeni, ossia provenienti dall’esterno del nostro paese. A ritroso, con la caduta del muro di Berlino e la fine della prima Repubblica, la sconfitta nella seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo e della monarchia, la vittoria (tradita) nella prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo, lo sbarco dei garibaldini e la caduta dei Borboni, e via menzionando. Anche stavolta qualcuno o qualcosa ci costringerà a voltare pagina.

 

1995-2015 An, dopo l'illusione di una destra al governo il fallimento per manifesta incapacità

C'era il programma, c'erano gli ideali, c'era tutto quel che occorreva per cambiare in meglio l'Italia... Non c'erano gli uomini

di Mario Bozzi Sentieri

Vent’anni fa, dal 25 al 29 gennaio 1995, nasceva, a Fiuggi, Alleanza Nazionale. Non una data ed un avvenimento “qualunque”, per chi c’era, per chi partecipò, da lontano, a quell’evento, per tutta l’Italia.

Con quell’appuntamento congressuale si compiva una piccola rivoluzione, una “rivoluzione all’italiana”, senza spargimenti di sangue, senza lacerazioni, né traumi civili, ma pur sempre una “rivoluzione”, partita dal voto del 27-28 marzo 1994, con la fine, almeno formale, del sistema dei partiti che aveva segnato le vicende nazionali del cinquantennio precedente , il cinquantennio della “Prima Repubblica”.

Per la destra politica, ma non solo per essa, si voltava pagina.

Sulle ragioni di quella “rivoluzione” vale la pena riportare quanto affermava allora, con sintesi efficace, Ernesto Galli della Loggia (in Intervista sulla destra, Laterza, Bari 1994): “Uno Stato efficiente, attento all’economicità ed alla qualità dei servizi, non più cieco e costosissimo erogatore di tutto a tutti, non più burocratico regolatore di ogni cosa, una prospettiva ideologico-politica da società dei due terzi, un’inversione di massa alle culture politiche della Prima Repubblica ed ai loro apparati di partito: ecco le linee lungo le quali avviene la vittoria della destra alle elezioni del 1994. E’ una vittoria di sapore e di significato tutt’altro che conservatore. E’ la sinistra, semmai, come osserva Vattimo, che ‘ha difeso l’ordine costituito’, mentre la destra si presenta come rivoluzionaria’”.

Con il “Congresso di Fiuggi”, dopo la vittoria elettorale del “Polo delle libertà”, di cui An era componente essenziale, insieme a Forza Italia e alla Lega Nord, si sanciva l’idea di dare finalmente concreta realizzazione ad idee e valori per anni marginalizzati e considerati “impresentabili”, insieme ad una classe politica tenuta ai margini della vita nazionale, nonostante l’investitura democratica.

Ordine, legalità, rigore, merito, senso dello Stato, giustizia sociale, partecipazione, identità nazionale, destini comuni, coesione , ruolo della famiglia: le tesi congressuali furono una declinazione “alta” di queste idee, segno di un ambiente che aveva ben colto il mutare dei tempi e per questo si era messo in gioco, guardando alle nuove sfide epocali (“Pensiamo l’Italia - Il domani c’è già” era il titolo del documento congressuale) piuttosto che attardarsi sulla difesa identitaria e sul passato (rappresentati dalla gloriosa esperienza del Msi e dalla stagione neofascista).

A vent’anni dal Congresso di Fiuggi che cosa rimane di quella esaltante e controversa stagione ? Soprattutto tanta delusione e una ancora non chiara consapevolezza per gli errori compiuti.

Chi c’era, chi ha condiviso quel progetto, non può nascondersi quanto poi accadde, con il costante sfarinarsi dei riferimenti “fondativi” e con il venire meno degli impegni programmatici. Da allora, anno dopo anno, ci si è lentamente “assuefatti”: alla logica delle alleanze e dei compromessi, alla politica-del-giorno-per-giorno, priva di slanci e visioni epocali, alla perdita di contatto con il “Paese reale”, in nome della “ragione politica”, al “pensiero debole”, segno di un’identità sbiadita, alle piccole logiche spartitorie, se non – in taluni casi – alla vera e propria corruzione. La“comunità di destino” ha lasciato il campo agli interessi di gruppo. La militanza ha abdicato al tornaconto. Il partito “pensante e pesante” è stato via via sostituito dai comitati elettorali. Ed allora addio al domani, che “c’è già” – per dirla con le tesi di quel lontano 1995 - o che “appartiene a noi”, come cantava l' inno alla gioia e alla speranza della gioventù “alternativa”.

Lo “spirito di Fiuggi”, malgrado vari tentativi per resuscitarlo, è bello che morto. A ucciderlo è stata soprattutto l’inadeguatezza di quella destra, della sua classe dirigente, ma non solo, a trasformare veramente le idee in azioni (di governo), con il conseguente disamoramento d’ambiente e la perdita di fiducia da parte degli elettori.

Ricordare quel congresso del 1995 non è però un’operazione “nostalgia”. Vent’anni dopo, da Fiuggi la destra politica deve comunque ripartire, non certo per ripercorrere esperienze già fatte e per cercare di recuperare un ambiente ancora segnato dalla diaspora, ma per capire gli errori fatti, per interrogarsi realmente sulle proprie inadeguatezze (evitando di “scaricare” su Gianfranco Fini, che pure ci ha messo molto del suo, tutte le responsabilità), per uscire fuori dal tunnel dell’inedia in cui si è cacciata.

In fondo, a questo, in politica, devono servire gli anniversari. Non per fare del facile reducismo, ma per guardare al domani, nella consapevolezza degli errori compiuti e con la speranza che qualcuno, tolte quelle macerie politiche, torni a costruire.

 

L'egemonia di sinistra ha creato un deserto e l'ha chiamato cultura

L'intellettuale organico ha dissolto concetti, valori e modelli positivi lasciando la società in balia del conformismo e della volgarità

Marcello Veneziani



Ma è vera o falsa la leggenda dell'egemonia culturale di sinistra? Cos'era e cosa resta oggi di quel disegno di conquista e dominio culturale? In principio l'egemonia culturale fu un progetto e una teoria che tracciò Gramsci sulla base di due lezioni: di Lenin e di Mussolini, via Gentile e Bottai.

La tesi di fondo è nota: la conquista del consenso politico e sociale passa attraverso la conquista culturale della società. Poi fu Togliatti che, alla caduta del fascismo, provò su strada il disegno gramsciano e conquistò gruppi di intellettuali, spesso ex fascisti, case editrici e luoghi cruciali della cultura. Ma il suo progetto non bucò nella società che aveva ancora contrappesi forti, dalle parrocchie all'influenza americana, dai grandi mezzi di comunicazione come la Rai in mano al potere democristiano ai media in cui prevaleva l'evasione. La vera svolta avviene col '68: l'egemonia culturale non si identifica più col Pci, che pure resta il maggiore impresario, ma si sparge nell'arcipelago radicale di sinistra. Quell'egemonia si fa pervasiva, conquista linguaggi e profili, raggiunge la scuola e l'università, il cinema e il teatro, pervade le arti, i media e le redazioni.

In che consiste oggi l'egemonia culturale? In una mentalità dominante che eredita dal comunismo la pretesa di Verità Ineluttabile (quello è il Progresso, non potete sottrarvi al suo esito). Quella mentalità s'è fatta codice ideologico e galateo sociale, noto come politically correct, intolleranza permissiva e bigottismo progressista. Chi ne è fuori deve sentirsi in torto, deve giustificarsi, viene considerato fuori posto e fuori tempo, ridotto a residuo del passato o anomalia patologica. Ma lasciamo da parte le denunce e le condanne e poniamoci la domanda di fondo: ma questa egemonia culturale cosa ha prodotto in termini di opere e di intelligenze, che impronta ha lasciato sulla cultura, la società e i singoli? Ho difficoltà a ricordare opere davvero memorabili e significative di quel segno che hanno inciso nella cultura e nella società. E il giudizio diventa ancor più stridente se confrontiamo gli autori e le opere a torto o ragione identificate con l'egemonia culturale e gli autori e le opere che hanno caratterizzato il secolo. Tutte le eccellenze in ogni campo, dalla filosofia alle arti, dalla scienza alla letteratura, non rientrano nell'egemonia culturale e spesso vi si oppongono. Potrei fare un lungo e dettagliato elenco di autori e opere al di fuori dell'ideologia radical, un tempo marxista-progressista, se non contro.

L'egemonia culturale ha funzionato come dominazione e ostracismo ma non ha prodotto e promosso grandi idee, grandi opere, grandi autori. Anzi sorge il fondato sospetto che ci sia un nesso tra il degrado culturale della nostra società e l'egemonia culturale radical. I circoli culturali, le lobbies e le sette intellettuali dominanti hanno lasciato la società in balia dell'egemonia sottoculturale e del volgare. E l'intellettuale organico e collettivo ha prodotto come reazione ed effetto l'intellettuale individualista e autistico che non incide nella realtà ma si rifugia nel suo narcisismo depresso. Ma perché è avvenuto questo, forse perché ha prevalso un clero intellettuale di mediocri funzionari, anche se accademici? Ci è estraneo il razzismo culturale, peraltro assai praticato a sinistra, non crediamo perciò che sia una questione «etnica» che riguarda la razza padrona della cultura. Il problema è di contenuti: l'egemonia culturale non ha veicolato idee, valori e modelli positivi ma è riuscita a dissolvere idee, valori e modelli positivi su cui si fonda la civiltà. Non ha funzionato sul piano costruttivo, sono naufragate le sue utopie, a partire dal comunismo; ma ha funzionato sul piano distruttivo. Se l'emancipazione è stata il suo valore fondante e la liberazione il suo criterio principe, il risultato è stato una formidabile, quotidiana demolizione di culture e modelli legati alla famiglia, alla natura, alla vita e alla nascita, al senso religioso e alla percezione mitica e simbolica della realtà, al legame comunitario, alle identità e alle radici, ai meriti e alle capacità personali. È riuscita a dissolvere un mondo, a deprimere ed emarginare culture antagoniste ma non è riuscita a generare mondi nuovi. Il risultato di questa desertificazione è che non ci sono opere, idee, autori che siano modelli di riferimento, punti di partenza e fonti di nascita e rinascita. L'egemonia culturale ha funzionato come dissoluzione, non come soluzione. Oggi il comunismo non c'è più, la sinistra appare sparita ma sussiste quella cappa asfissiante anche se è un guscio vuoto di idee, valori, opere e autori. Il risultato finale è che l'egemonia culturale è un potere forte con un pensiero debole (e non nel senso di Vattimo e Rovatti); mentre l'albero della nostra civiltà, con le sue radici, il suo tronco millenario e le sue ramificazioni nella vita reale, è un pensiero forte ma con poteri deboli in sua difesa. La prima è una chiesa con un episcopato in carica e un vasto clero ma senza più una dottrina e una religione; viceversa la seconda è un pensiero forte, con una tradizione millenaria, ma senza diocesi e senza parrocchie... Così viviamo una guerra asimmetrica tra un potere forte ma dissolutivo e una civiltà non ancora decaduta sul piano spirituale ma inerme e soccombente sul piano pratico e mediatico. La prevalenza odierna della barbarie di ritorno deriva in buona parte da questo squilibrio tra una cultura egemone ma nichilista e una civiltà perdente o forse già perduta. La rinascita ha due avversari: la cultura nichilista egemone e il nichilismo senza cultura della volgarità di massa.